TUTTO DI SALVO RAP

Procedendo nella sua rotta verso sud, il Francesco Crispi lasciò alle spalle la zona turbolenta del monsone, il mare riprese la sua normale increspatura e finalmente si vide qualche passeggero salire in coperta e respirare la dolce calda brezza del Mar Rosso. La notte poi era diventata limpidissima, la volta celeste sopra di noi si mostrava in tutto il suo splendore, la luminosità della Via Lattea, che arrivava ad illuminare il mare, attraversava da un estremo all’altro tutta la volta celeste, a nord la Stella Polare era scesa quasi all’orizzonte, mentre a sud, sotto la costellazione del Centauro, all’interno della Via Lattea, cominciava a fare capolino la Croce del Sud ancora bassa all’estremo sud dove, appunto, eravamo diretti. Con questo spettacolo negli occhi andammo in cuccetta. All’indomani, 23 dicembre 1939,il Francesco Crispi navigava in Mar Rosso all’altezza di Port-Sudan; di tanto in tanto incontravamo, adesso, delle imbarcazioni a vela, i “sambuchi” arabi: hanno la vela latina in realtà portata in Mediterraneo dai Fenici che originari della regione sud della penisola arabica, con queste barche molto robuste e con poco pescaggio, navigano per i loro commerci anche tra i bassi fondali del Mar Rosso oltre che lungo le coste dell’Oceano Indiano.
Sono di origine antichissima, sicuramente navigano, sfruttando i venti monsonici, in questi mari già prima dell’Era Cristiana; nella loro costruzione tutta in legno non vengono usati chiodi, perché assolutamente sconosciuti da queste popolazioni, ma zeppe di legno, e per la calafatura degli scafi vengono usati stracci imbevuti in olio di pesce, spesso estratto dal fegato degli squali, e pece. L’equipaggio, in genere, è composto da tre o più persone: il comandante è il “Nakuda”, che spesso è anche proprietario della barca, e da due o tre marinai; a poppa vi è quasi sempre una specie di castelletto che serve all’equipaggio per ripararsi dal sole, dalle intemperie e per riposare; il tetto del castelletto in genere è usato dall’equipaggio, quasi sempre musulmano, per le cinque preghiere giornaliere che i fedeli recitano rivolti in direzione della Mecca, al centro dell’imbarcazione vi è un’apertura che con piccoli scalini di legno conduce all’interno dello scafo, utilizzato per il trasporto della merce o di eventuali pellegrini . Esternamente lo scafo è spesso dipinto con disegni dai colori vivaci come il rosso, il blu, il verde, il giallo, il bianco e il nero. Ogni sambuco ha con sé anche delle piccole piroghe chiamate “hury”, ricavte da tronchi d’albero scavati che vengono usate per pescare nei bassi fondali madreporici del Mar Rosso e sono sempre legate al sambuco quando è in navigazione.Il sambuco,di antichissima origine, per secoli è stato l’unico mezzo di trasporto fra la costa africana e quella araba e yemenita, è stato il mezzo principale del trasporto di pellegrini dall’Africa all’Arabia, diretti alla Mecca e viceversa;purtroppo fino all’occupazione italiana della costa eritrea, tramite i sambuchi veniva effettuata anche la tratta degli schiavi fra Africa e Asia, che cessò solo sotto il dominio italiano. (continua) Carlo Di Salvo
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 24 Maggio 2013 06:56 )
TUTTO DI SALVO RAP
Affascinata dai racconti “1° ritorno in Eritrea dopo 46 anni” che Carlo Di Salvo ci ha recentemente regalato sul nostro forum, ho deciso di far conoscere agli amici che ci consultano il libro che Carlo ha appena terminato di scrivere sui suoi ricordi straordinari di gioventù vissuti in Eritrea. Lo pubblicherò qui a puntate selezionando ,però, i brani più significativi. Auguro a tutti buona lettura e, ai probabili nostalgici italiani d’Eritrea, un buon ricordare. (Wania)
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……………………………………………………………………………e venne il tempo in cui si iniziarono le pratiche affinché io e mamma raggiungessimo papà in Eritrea. Cominciammo così a vivere i giorni dei preparativi della nostra partenza per l’Africa Orientale Italiana, nota allora con la sigla A.O.I.; iniziò con l’acquisto, presso un negozio specializzato in via Alessandro Paternostro, delle valigie e del baule dove si sarebbe messo il grosso di tutto il necessario per trasferire la nostra famiglia in una terra lontana, ancora a noi completamente sconosciuta; all’uscita del negozio, con mamma , risalimmo per un breve tratto la via Paternostro sino alla bellissima chiesa di S. Francesco d’Assisi; una volta all’interno, mamma mi condusse presso l’altare della Madonna Assunta posta in fondo alla navata di destra, rimasi colpito dalla ricchezza barocca dei marmi che la decoravano, ma più colpito fui quando mamma mi disse: “ vedi Carlo, dopo che tu fosti battezzato, su questo altare sei stato presentato al Tempio:
il parroco ti prese dalle mie braccia e posandoti su questo altare disse: Santo, Sano, Bello e Buono”. Allora, dopo il battesimo, si usava fare la presentazione al Tempio. Papà, attraverso le sue lettere, aveva indicato a mamma ciò di cui vi era bisogno di vestiario e di suppellettili per la casa; anche la mia biciclettina rossa fu impacchettata ed imballata, dovevamo preparare tutto questo per tempo perché sarebbe stato spedito prima ancora della nostra partenza da Palermo; tutto doveva essere pronto per l’imbarco. Fino a quel momento mamma era stata il capo famiglia della nonna Giovanna Rap, alla sua partenza bisognava che altri prendesse il suo posto e la scelta cadde su zia Maria. Nell’aria purtroppo vi era già sentore di guerra e il governo imponeva ad ogni capo famiglia il possesso e l’uso, in caso di emergenza, della maschera antigas e quando mamma si ritirò a casa con la maschera avvenne una scena tragicomica: poiché adesso il capofamiglia sarebbe stata la zia Maria, era lei che avrebbe dovuto usarla. Ancora oggi ho davanti agli occhi la scena dell’ annuncio che mamma diede alla zia Maria di questa sua nuova funzione, le si sbarrarono gli occhi ed il suo viso divenne paonazzo fino quasi allo svenimento, povera zia Lilli, così chiamavo la cara zia Maria, era terrorizzata e quando mamma le mise la maschera, quasi cadde per terra svenuta, naturalmente tra l’ilarità della zia Titti, dello zio Guido, delle mie cugine, ed anche di mamma che non riusciva a trattenersi dalle risate; è incredibile come a distanza di tanti anni ancora oggi io possa ricordarmi di simili particolari.
Il 14 dicembre 1939 giunse il momento dell’imbarco. Cugini, zii e zie ci accompagnarono a bordo del “Francesco Crispi” , il piroscafo che ci avrebbe condotto in Africa. Al suono della prima sirena i visitatori furono invitati a scendere perché la nave era prossima a salpare; furono gli ultimi abbracci di mamma con le cugine e zio Fritz. Ci staccammo così dagli ultimi parenti e dalla nostra terra natia. Al doppio suono delle sirene furono staccate le gomene che tenevano la nave alle bitte della banchina, fu tirata l’ancora e lentamente la massa d’acciaio del Francesco Crispi cominciò a staccarsi dalla banchina dove a centinaia si sventolavano i fazzoletti in segno di saluto verso chi, come noi, stava lasciando l’amata Patria. Lentamente il Francesco Crispi si avviò verso l’uscita del porto passando di fronte alla statua della Madonna posta all’imboccatura del porto alla cui base vi è la scritta in latino : “VOS ET IPSAM CIVITATEM BENEDICIMUS” Quasi tutti, passeggeri e marinai, ci segnammo con il segno della Croce; era la benedizione che ci avrebbe accompagnato nella lontana terra africana. (continua) Carlo Di Salvo
Nella prima foto Carlo e la Mamma come sul lasciapassare per l'Africa Orientale Italiana.
Nella seconda foto Carlo e la Mamma in navigazione nel Mar Rosso diretti a Massaua
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 24 Maggio 2013 06:56 )


