Rivalta di Torino lì 7 Gennaio 2008

 

Il pianto di un bimbo

 

Un caro amico, un bravo capo-cantiere che contribuì a fare più bella Addis Abeba negli anni sessanta, mi sollecita a rendere nota una storia ove la realtà supera ogni fantasia e dove contro ogni aspettativa poté nascere amore invece che odio. Egli mi considera depositario di questo ricordo in quanto sono stato molto amico dei protagonisti e in, modo convinto, considera il Mai Taclì l'organo deputato a questo genere di comunicazione; speriamo che il Signor Direttore voglia e possa fare il resto, gliene saremmo come sempre, riconoscenti.


Tutto iniziò il 21 Febbraio 1937, in Addis Abeba, due giorni dopo l' attentato che ferì gravemente il Viceré R. Graziani ed in conseguenza di ciò,la città viveva, in quei giorni, in grave in-certezza: ras Desta Damtou ed i suoi armati costituivano una se-ria minaccia; così come quella dei fratelli Cassa decisi a ricon-quistare la Capitale. La presenza di nazionalisti i "Giovani Etiopici" ed ex allievi ufficiali dell'antica scuola militare di Olletà era riscontrata addirittura all'interno della città e ad essi sì imputò la responsabilità del complotto.

Graziani subito dopo l'attentato dichiarò, nonostante fosse gravemente ferito, di non aver mai perso conoscenza ed ordinò al generale Gariboldi di assumere le misure necessarie e dichiarare lo stato d'assedio; al Segretario Federale, Cortese, portavoce di elementi fascisti che volevano procedere con una rappresaglia, raccomandò la sottomissione a Gariboldi e che non fossero compiu-ti eccessi. Ma la situazione degenerò.

Da Roma poi il ministro Lessona premeva da mesi, sin dalla presa della Capitale, per: azioni drastiche, massima intransi-genza, eliminazione anche per processo sommario dei ribelli, purché l'occupazione, fosse stabile e sicura.

In questo quadro tragico il nostro Antonio, Camicia Nera Scel-ta, si trovò al comando di una pattuglia di mercenari Nord-Africani che volevano ancora menar le mani a far bottino.
Per loro la guerra non poteva finire così, la loro mentalità era quella di uccidere quanti più infedeli possibile e la razzia era nell'ordine naturale delle cose: quale miglior occasione di quella che si presentava loro?
Antonio invece veniva dalle terre del Napoletano era un giovane forte e sano di bello aspetto, semplice generoso e schietto, i suoi erano e sono i nostri migliori valori.

Egli apparteneva alla Milizia Ferroviaria e avrebbe dovuto con-durre, gli avevano detto in Patria, il treno del Duce sulla linea Addis Abeba Gibuti; lo avevano istruito, portato a Cremona a far pratica di conduzione sui treni sulla tratta Cremona-Pizzighettone, l'avrà percorsa centinaia di volte!

Non la pensavano così i Francesi, rappresentati in Etiopia dal Sig. Gerard, amministratore delegato anche della Compagnia ferro-viaria che sebbene molto ben disposto verso gli Italiani, aveva dato asilo alla piccola Comunità Italiana nei locali della Lega-zione per impedire ritorsioni contro di essa immediatamente prima della caduta della Città; fece notare alle Autorità italiane che la ferrovia era e restava francese, che era tecnicamente autonoma e che gli Italiani subentravano solo amministrativamente e per la quota parte, allora minoritaria, che pertineva all'Etiopia.
Antonio allora, a guerra finita, fu impiegato nell'Azienda Elettrica e lì fece una lunga carriera.

Ma ritorniamo a quel tragico giorno. Le nostre truppe coloniali musulmane, i mercenari ed i peggiori elementi tra gli Italiani consideravano la vittoria mutilata, volevano depredare... Una città così povera!.. le prime addirittura minacciavano l'am-mutinamento; ci sarebbe mancato solo quello in un quadro di instabilità già così drammatico!
Ecco che ufficiali fanatici e sottufficiali responsabili molla-rono così i loro uomini sperando nel "tanto peggio tanto meglio” per poter poi ristabilire l'ordine dopo tale sfogo. Lasceranno un ricordo orrendo. Per decenni ad Addis Abeba le mamme minacce-ranno i loro bimbi capricciosi o disubbidienti con la frase: "chiamo i soldati" e lo dicevano in italiano!
Antonio era lì, uomo giusto sul posto e nel momento sbagliato, la sua pattuglia assalì un "ghebbì" di medie dimensioni, entrarono uccisero, distrussero. Il bersaglio era stato scelto perché sì supponevano ricchi i proprietari che in effetti appartenevano al-la media nobiltà locale.

Il giovane Antonio non si oppose all'operato dei suoi uomini, assistette allo scempio senza quasi rendersi conto o accettandolo come una delle tristi, inevitabili cose che fanno parte della guerra e di fronte alle quali si è impotenti. Lo riportò però al-la realtà il pianto urlato di un bimbo di circa tre-quattro anni che si avvinghiò ad una sua gamba e cercò il suo sguardo e lo im-plorò, ma solo urlando, di salvarlo. Antonio lo guardò- ed istintivamente per rassicuralo- gli accarezzò la testolina. E' così che il milite incontrò Tezerà.
I soldati volevano ucciderlo Antonio si oppose, ne seguì una accanita discussione dove i primi accamparono cento ragioni per farlo:"è un cucciolo e come tale carino; ma un giorno sarà un cane rabbioso assetato di vendetta; è l'ultimo rimasto è senza speranze; cancellato lui sarà cancellata la vergogna di quell'eccidio; loro avevano il coraggio che mancava al Capo, per farlo ecc."
Antonio fu irremovibile: quel bimbo pur nel terrore ave-va valutato e lo aveva scelto. Il suo istinto di animaletto aveva visto in lui l'unica possibilità di salvezza; lui or-mai lo aveva accarezzato e risoluto caricò il moschetto e lo rivolse verso i suoi sottoposti che quasi ardivano di strapparlo dalle sue gambe, minacciando di morte chi osasse toccarlo.

Uscirono da quell'inferno che Antonio teneva per mano Tezerà, ormai solo deciso a non abbandonarlo ed accollando-si il compito, lui scapolo, di doverlo aiutare, come avvenne, a crescere. I suoi pantaloni erano bagnati di pianto, a mezza gamba, un giorno quel pianto gli ribagnerà il volto ma in altra circostanza.
Passarono così un po' di anni, ritornò l'Imperatore che riprese la direzione degli affari dello Stato e si informò sul destino tragico della famiglia di Tezerà; venne a sa-pere che il superstite: un ragazzo, viveva con un italiano di quelli ai quali l'Imperatore aveva imposto, ai suoi, di non fare ritorsioni anzi di proteggerli perché necessari ed organici allo sviluppo del Paese. Italiano che lavorava nell'azienda elettrica che ormai si chiamava E.E.L.P.A.

Il Sovrano fece cercare il ragazzo, ormai legatissimo ad Antonio, lo spedì, in Inghilterra perché si formasse quale dirigente tecnico da reimpiegare nella stessa E.E.L.P.A. ambiente nel quale era cresciuto.
Al suo rientro Tezerà occupò il posto assegnatogli ed iniziò una vita autonoma, ma in seguito, non mancherà un solo giorno di fare visita o telefonare ad Antonio anche quando questi, da suo sottoposto, diventerà da vecchio un artigiano installatore elettrico, in proprio.
Un giorno, proprio in uno di quei cantieri edili che me lo hanno fatto conoscere, Antonio confidando nella sua esperienza, stava riparando un quadro elettrico posiziona-to su una impalcatura, senza aver staccato corrente per non rallentare i lavori, quando commise un errore ed una scarica a trecentottanta volts lo fece letteralmente volare e precipitare nel vuoto. Cadde, dal secondo piano, su un secchio e si sfondò il torace.

Tezerà avvisato fu il primo ad accorrere in ospedale do-ve avevano ricoverato l'infortunato, erano presenti solo loro due quando Antonio disperato e pazzo di dolore chiese a Tezerà di porre fine a quel supplizio: bastavano due o tre forti pugni nel petto, gli disse e lui sarebbe stato contento, era l'unico estremo favore che gli chiedeva ed era la persona giusta. Il vecchio milite dopo averne viste tante si sentiva alla fine.

Tezerà scoppiò allora in lacrime, disperato così come da bambino e baciando l'amico lo ribagnò con le sue lacrime; gli fece coraggio disse che mai avrebbe fatto una cosa del genere e che Antonio se la sarebbe cavata e che avrebbe fatto di tutto perché ciò accadesse.
Aveva ragione lui! La forte fibra di Antonio e la sue cure e conforto l'avrebbero salvato.

Trascorse così ancora qualche anno restando i due, come prima in stretto contatto di amicizia e debitori l'un l'altro del bene più grande sinché gli ulteriori eventi, della metà degli anni settanta, li ritravolsero entrambi.


Cristoforo BARBERI