Madeleines Congolesi

 

Giorni fa ho comprato dei bei mandarini grossi, invitanti, lucidi.
Tornato a casa, come al solito, ho controllato l’etichetta e, toh!
Mi s’informa che la provenienza è Congo! Sono sorpreso, Congo? Mandarini dal Congo? Passata la sorpresa ci penso su cominciando ad avvertire un certo disagio che pian pianino sfocia in un  deciso rammarico; ma perché invece che il Congo non poteva essere indicata l’Eritrea? Eh si, l’Eritrea.
L’Eritrea era, sino a circa quarant’anni fa, l’eldorado agricolo dell’Africa Orientale e dintorni C’era di tutto e di più.
Ovunque si andasse, nella regione del Corno, trovavi prodotti eritrei. Ricordo che a Aden, negli anni 50, lungo il Marine Drive a Kormaxor c’era un grande magazzino che una volta alla settimana veniva sommerso da ogni bendiddio trasportato dall’ Aden Airways, e che veniva preso d’assalto da bionde e longilinee ladies con prole e rubizzi sudditi di Sua Maestà; in un batter d’occhio svuotavano il locale di tutto.
L’importante crocevia del british empire trovava sollievo dall’arido territorio che lo circondava attingendo alla cornucopia eritrea.
E’ solo un esempio fra tanti. L’agricoltura eritrea si distingueva, grosso modo, in due tipologie: una, quella della tradizione locale poco produttiva, in genere a monocoltura di scarsa resa spezzettata in coltivazioni di piccole  proporzioni, soggetta all’andamento climatico, esclusivamente condotta dai locali, l’altra in regime di concessione, era il fiore all’occhiello ed era pressoché condotta da connazionali.
I terreni dati in concessione erano terreni non reclamati da nessuno per cui venivano salvaguardati i diritti della popolazione locale e della sua proprietà, cosa che non sempre accadeva in altre colonie europee, vedi Kenia o Congo Belga.
Le concessioni erano gioielli agricoli e di tali gioielli l’Eritrea ne era cosparsa. A quel tempo non si diceva “andiamo in campagna” ma andiamo in Concessione. Voglio qui ricordare qualcuna di queste meraviglie: Nel Seraé, nei dintorni di Adi Ugri, le concessioni dei Marazzani, dei Torriani; nelle pendici orientali Matteoda e Gennavola; a Savur le coltivazioni dei favolosi aranci dell’Ufficio Agrario o dei Marino; Alle falde del Corumba le cattedrali di verde dei Causarano e Farina, sotto cui zampillava la sorgente  MAI  TACLI’ da cui il nome della nostra Organizzazione.
Non possiamo dimenticare l’impero agricolo dei De Nadai, fiore all’occhiello della agricoltura eritrea: frutteti e bananeti a perdita d’occhio, irrorati da acque raccolte da tutto un sistema di dighe che immagazzinavano il prezioso elemento, non molto abbondante in quelle latitudini.
E le papaie di Mai  Ainì, i manghgi di De Ponti e le profumatissime banane provenienti dalle concessioni dei Cordaro e dei De Luigi site nel bassopiano  occidentale ed esportate in Europa? Eritrea giardino del Corno d’Africa, dunque, ma allora. 
E ora? Tutto finito, si importano pure le cipolle dall’Arabia Saudita!
Cose che capitano, direte, ma a noi, irriducibili nostalgici, fanno male al cuore.  
    

Nello Frosini

(Mai Taclì Congiunto  1° trimestre 2016)