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Daaro Addi, ovvero il Sicomoro del Villaggio.

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04/07/2014 15:28 #22536 da Francesco
Caro AGAU,

sono contento che tu abbia inserito lo scritto del tuo amico C. Barberi.Al riguardo desiderei sapere se è un nostro coetaneo.

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Ho letto pure la biografia su Wiki ( un'altra l'avevo letta, qualche anno fà,nel sito "Santi e Beati"),ove è segnata la data ed il luogo di morte del Santo: EIDALE,31 luglio 1860.
Onestamente,sconosco il luogo ove sia la predetta località, che prevedo di poca importanza, atteso che cercando in tutti gli atlanti ( compreso quello grande del TCI)ed Google H.,non sono riuscito a cavare un ragno dal buco, ad eccezione di un sito che parla genericamente di una località eritrea, dandone pure i dati relativi alla latitudine e longitudine( a me familiari come geometra ed ex artigliere)che corrispondono, grosso modo, alle coordinate geografiche dell'Eritrea.Presumo che la località sia intorno a Massaua.
Ne sai qualcosa?
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Girovagando per il Web ho rilevato una nota di N. Di Paola del CdA,che genericamente da una notizia di padre Zenone, ovvero mons. Albino Testa :

"Libri vecchi e fatti strani


Nicky Di Paolo, Dicembre 2012

Alcuni anni or sono nella prefazione di un libro di racconti, sostenni la teoria di alcuni studiosi secondo la quale a certi individui succedono più cose che ad altri, rendendo la vita dei primi piuttosto movimentata. A distanza di anni sono sempre d'accordo con quella teoria spiegandola semplicemente col fatto che questi soggetti sono molto più iperattivi e quindi hanno molte più possibilità degli altri di vivere numerose esperienze. Quella che mi è capitata di recente è senz'altro da riferirsi al fatto che sono piuttosto agitato e trovo sempre qualcosa da fare. Per esempio frequentare i mercati dell'antiquariato e visitare i magazzini dei raccoglitori dell'usato è uno dei miei tanti passatempi e capita di frequente che trovi qualcosa di interessante. Una delle mie passioni è la lettura e non manco mai di rovistare fra i vecchi libri esposti nelle banchine delle fiere o nei negozi degli antiquari alla ricerca di libri risalenti dalla fine dell'ottocento fino ai primi del novecento e che trattino tematiche inerenti il Corno d'Africa. In tanti anni di ricerche ho raccolto circa 500 di questi libri che sono stati oggetto di piacevole lettura ed oggi li uso come testi di consultazione. Un paio di mesi fa alla fiera antiquaria che si svolge ogni prima domenica del mese ad Arezzo e che di solito visito volentieri, in un banco di libri vecchi, ordinati con cura da un espositore veneziano, scorsi un gruppetto di testi inerenti alle ex colonie italiane del Corno d'Africa. Piacevolmente sorpreso, lessi i titoli e giudicai le condizioni dei volumi. Di un paio ero già in possesso, un altro era ridotto male e mancavano molte pagine, mentre uno era praticamente intonso, mancava nella mia biblioteca ed il prezzo era decisamente equo.

Per € 25 mi portai a casa “Primi Passi in Africa” di Giuseppe Mastrobuono, pubblicato a Roma nel 1954.

Come è mia abitudine, riposi il libro in biblioteca in attesa del momento giusto per prenderlo in mano. Una domenica piovosa e fredda tirai giù alcuni volumi da consultare per preparare un articolo sull'Eritrea.


Mi misi tranquillo al lavoro, quando dal libro di Mastrobuono cadde per terra un cartoncino; incuriosito mi inchinai a raccoglierlo e rimasi sbigottito quando realizzai che si trattava di una vecchia cartolina postale datata 27 novembre del 1971. Scritta a mano con un carattere piccolissimo era indirizzata a Iginio di Paolo, via dei Cappuccini 108 Siena e firmata monsignor Albino Testa Padre Zenone. Prima di leggere, la rigirai più volte fra le mani, incredulo di ciò che stavo vedendo. Non c'erano dubbi di sorta il destinatario della cartolina era mio padre e il mittente era Monsignor Testa che era stato prima parroco di Ghezza Banda con il nome di Padre Zenone, quartiere dell'Asmara, e poi Vicario Apostolico in Eritrea.
Nella nostra casa, all'Asmara, questo religioso era considerato un amico: aveva uno stretto legame con mio padre che era presidente dell'Azione Cattolica Eritrea. Ha visto nascere e crescere me e le mie sorelle e ci è stato sempre vicino considerandoci più dei parenti che dei parrocchiani: il contenuto dello scritto era un sunto delle sue vicende vissute di recente. La nostra famiglia era rimpatriata nel 1968 e Monsignor Testa era rientrato in Italia due anni dopo per ragioni di salute.




Ma come aveva fatto a finire dentro quel libro quella cartolina? Non riuscivo a trovare un filo logico per una missiva dove il mittente ed il destinatario erano ormai defunti da alcuni anni. Mio padre era così geloso della sua corrispondenza, da tenerla in una cartella rinchiusa in un mobile e mai e poi mai avrebbe lasciato fuori una cartolina del suo caro amico Vescovo. Quando mio padre morì nel 1993, presi io in custodia la sua corrispondenza e la conservo ancora con una particolare accuratezza. C'è di tutto, perfino una lettera del Papa che risponde ad una proposta di mio padre di modificare una parola dell'Ave Maria. Ci sono decine di lettere di corrispondenza con Padre Pio da Pietralcina, particolarmente amato da mio padre. Quella cartolina come era potuta uscire da quell'archivio? Mio padre non aveva mai venduto libri di casa in vita sua e il volume di Mastrobuono non era mai stato prima nella nostra biblioteca.
Rimasi fermo con la cartolina in mano, cercando una giustificazione accettabile quando, rigirando il libro in basso e scuotendolo alla ricerca di qualcos’altro, un foglio di carta ripiegato se ne scese leggiadro verso il pavimento. Mi affrettai a raccattarlo e mi resi subito conto che era scritto da una parte e dall'altra con una grafia minuta ma inimitabile: era la penna di mio padre che aveva riempito due pagine copiandole da un articolo di Zichichi sulla morale della scienza e pubblicato su un numero di Gente dell’Aprile del 1982. Sempre più frastornato da quello strano evento lessi ciò che aveva copiato mio padre e compresi subito che lo scritto era destinato a me, ma in vita sua, per qualche strana ragione, non me lo aveva mai consegnato.
Ma perché copiarlo? Perché non segnalarmelo o ancor più semplicemente donarmi una copia della rivista?
E poi quale nesso avevano la cartolina e il manoscritto all'interno del libro di Mastrobuono? Per quale strana ragione erano giunte nel Veneto?
Quante probabilità potevano esistere che io acquistassi in una fiera antiquaria un libro vecchio con delle missive interne che mi riguardavano personalmente?
A tutte queste domande non ha trovato risposte. Una delle mie sorelle, commossa da quest'evento, ha portato libro e missive a un convento di frati camaldolesi con la speranza che ci aiutassero a fare luce su questo strano fatto. La risposta è stata laconica: “ Igino ha battuto un colpo". Personalmente, ostico come sono verso la religione, continuo a cercare di trovare altre spiegazioni.

Nicky Di Paolo

© 2004 Il Corno d'Africa"

EEA

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04/07/2014 13:55 #22535 da Agau-del-Semien
Il carissimo Amico, compagno di giochi e di scuola, grandissimo Abissimo, Cristoforo, mi ha chiesto di inserire nel Daaro Addi questo suo scritto. Cosa che faccio con grande piacere ed entusiasmo.
Grazie Cristoforo.


L'asino al mentolo .

Raccontava, sempre quel vecchio etiopico attorniato dai ragazzini del villaggio all'ombra di un sicomoro dell'arguzia e del buon senso di cui erano dotati gli antichi giudici popolari della loro gente, senza perdersi in cavilli ed argomentazioni accademiche. Loro erano chiamati a dare sentenze giuste ed in una sola udienza per soddisfare le attese dell'intero villaggio; ed al proposito narrava di una carovana mista di merci e persone che proveniente dalla Dancalia giunse con gran trambusto ad un villaggio del mediopiano.
La causa di liti feroci e di sospetti nasceva dal fatto che ad un viandante in carovana, un ricco mercante, era stata rubata,durante le ultime fasi del viaggio ed occultata nei pressi, la borsa dei talleri.
Lo stato d'animo del conducente della carovana non era meno furente ed indignato del derubato perché mai era accaduto che in un viaggio, da lui organizzato, fosse accaduta una cosa del genere. Egli si riteneva responsabile della carovana e la sua autorità era pari a quella di un "nacuda" su un sambuco o diremmo oggi, a quella di un comandante di un aviogetto.
Giunti nel piccolo caravanserraglio, alquanto affollato, mentre il derubato alternava grandi lamenti ad ingiurie verso gli altri tre viandanti prima sconosciuti e non sospettando minimamente del capo-carovana per le ragioni di cui sopra.
Infatti quest'ultimo appena entrati chiamò gli "zabagnà" del campo e ne mise una al portale, per impedire 1'uscita, a chiunque, mentre mandò l'altro a chiamare un giudice con il compito di inquisire sulla faccenda.
Il Giudice fu molto sollecito ed arrivò al caravanserraglio preceduto dallo "zabagnà" e da due guardie, a passo di corsa, mentre lui dignitosissimo trotterellava sul suo asino.
Arrivato al campo che era tutto recintato ed aveva delle stanzette lungo i lati, disse di essere già sufficientemente edotto del caso e per la dignità che gli competeva sistemassero l'asino in una stanzetta per rifocillarlo, e che lui stesso avrebbe controllato di persona e da solo prima di procedere alla causa; invitò poi tutti i presenti ad accosciarsi all'ombra del sicomoro che era in centro al campo, sotto la sorveglianza di guardie e "zabagnà”.
Il Giudice, dopo i rituali d'uso, ed invocata l'Autorità Divina, quella Imperiale e quella del Popolo, tranquillizzò il derubato assicurandogli che il colpevole del furto sarebbe stato smascherato, assicurò il carovaniere che non era sospettato perché persona nota ed affidabile,da sempre.
Egli non fu invece, cosi gentile verso gli altri tre viandanti che erano sconosciuti e tutti sospetti nonostante le loro singole asserzioni d'innocenza e le accuse reciproche; anzi assicurava di non farsi influenzare riservandosi di agire a suo modo.
Rivolto ai tre, che il giudice adesso aveva voluto in piedi mentre a tutti gli altri era stato imposto di stare seduti ed accosciati, tanto per chiarire quali fossero le varie posizioni; disse che avrebbe preferito una confessione ma che non ci sperava e che comunque per la prova di colpevo_
lezza sarebbe stata sufficiente una reazione del suo asino anche se chiuso solo, nella piccola stalla tanto meschino era stato il comportamento del ladro.
Pertanto, nel silenzio e concentrazione degli astanti, la procedura doveva essere la seguente: ognuno dei tre, singolarmente, sarebbe entrato nella piccola stalla e richiusa la porta doveva afferrare la coda dell'asino con entrambe le mani, vicino alla parte terminale dove inizia quella specie di pennellessa fornita agli asini dal Buon-Dio per scacciare le mosche e tirare leggermente, non occorreva metterci forza. Avrebbe pensato l'asino a lanciare un messaggio al suo padrone giudice quando a tirare sarebbe stato il colpevole.
I tre eseguirono, non avendo altra scelta né possibilità di appello così come consigliavano anche i lunghi bastoni di cui erano stati forniti guardie e "zabagnà".
Alla fine dei rito tutti rimasero un po’ delusi non avendo udito né un raglio né il rumore di uno scalciamento od altro. Solo il Giudice, impassibile, fece riallineare i tre e ingiunse loro di tendere le braccia con le mani unite, con il palmo verso l'alto, all'altezza del mento e passatili in rassegna come fanno i capi con i militari indicò il colpevole senza che vi fosse più reazione alcuna.
La seduta fu sciolta e il colpevole arrestato, la dignità e stima del carovaniere restò la stessa, quella, del Giudice aumentò molto ed anche l'asino cominciò ad avere il suo carisma. Finito il racconto mentre i ragazzini stupiti si chiedevano come avesse fatto quel giudice a scoprire il ladro o quale sorta di transfert ci fosse tra l'uomo e il suo animale, il vecchio mi portò in disparte, perché come già vi dissi mi era capitato più volte di ascoltare i suoi racconti e disse che per me il racconto continuava, perché io, in altra epoca, in altra terra ero autorizzato a svelare l'arcano ad altri uomini che hanno una concezione diversa della vita, della giustizia e dell'autorità.
Che avevo preso un impegno anche con le nonne. Persone che pur chiedendo sempre spiegazioni continuano a sognare leggendo il “Mai Taclì”.
In effetti, mi disse che il giudice rimasto solo con l’asino, aveva spalmato la parte terminale della coda con un po’ di pomata miracolosa arrivata con gli Inglesi e che si chiamava “Mentolatum” adatta a lenire bronchiti e raffreddori, ma che lasciò il suo aroma sulle mani degli innocenti che quella coda afferrarono come era stato loro ordinato, ma non su quelle del colpevole che si era guardato bene dal farlo temendo chi sa quale reazione dell’equino. Al Giudice bastò, senza farsi accorgere, annusare quelle mani quando passò in rassegna i sospettati.

Cristoforo Barberi.

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04/07/2014 13:39 #22534 da Agau-del-Semien
L’Abuna Yakob e la solita perfidia d’Albione. (2)

Le cose in terra d’Abissinia dovevano cambiare e nei cieli si addensavano tetre nubi cariche di sofferenze, violenze e lutti.
Dopo la morte di Abuna Querillos che avvenne intorno al 1829, il paese cristiano rimase senza vescovo fino al 1842 quando fu nominato l’Abuna Salama, giovane estremamente ambizioso che aveva frequentato il collegio protestante al Cairo. In quel periodo prese il potere un intransigente re chiamato Tewodros II (TeodoroII ) deciso a riunire il paese sotto la sua guida e cancellare dalla storia del paese la cosiddetta “Era dei Principi” - nobili facinorosi sempre in lizza per il comando e controllo di una determinata zona -.
Dopo la sua incoronazione da parte di Abuna Salama nel 1855, il re si impegnò a unificare il regno e uno scopo fondamentale della sua politica, fortemente sollecitato dall’Abuna, l’imposizione su tutto il paese della sola Fede Ortodossa come la sola ammessa in Abissinia.
Il vescovo venuto dall’Egitto, come compenso all’aiuto prestato al re per il riacquisto del trono salomonico, questo monaco dittatore, si fece cedere un terzo del territorio dell’impero per la gente di chiesa sotto tutela sua e dei suoi successori. Da allora monaci e preti secolari formano un vero esercito. Ancora sino ai giorni nostri l’abate di Debra Libanos è il successore e dispone di poteri amministrativi e giudiziari. Il suo nome d’ufficio è Ecagè, ovvero, assistente al soglio.
Ancor prima dell’imprigionamento, avvenuto il 15 luglio 1854, la sorte di De Jacobis era già segnata. Fin dal giorno 8 luglio infatti, il britannico John Bell aveva recapitato al sacerdote italiano l’ordine emesso da parte di Kassa di uscire da Gondar e dall’Abissinia per la via di Metemma e Sennar.
Iniziarono cosi le persecuzioni nei confronti dei Cattolici e l’Abuna Salama fece espellere il De Jacobis dalla zona di Gondar e imprigionare Ghebremicael; lo torturò fino a cavargli gli occhi trascinandolo con se in catene ovunque egli si recasse. In quelle condizioni di martirio, Ghebremicael mori di stenti e sofferenze ma fu “seme” per la giovane chiese cattolica.
Giustino De Jacobis fu espulso da Gondar il 27 Novembre e guardato da una scorta del re si diresse verso Metemma, ove giunse il 4 Dicembre. Il Governatore di Metemma, Ibrahim al Kordufany dopo aver letto la lettera in lingua araba che gli era stata inviata dall’Abuna Salama la stracciò e mise in libertà il missionario.
La lettera indirizzata al governatore era così concepita:” Io, Abuna Salama, ti mando il soprannominato De Jacobis; fa in modo che non evada, che non ritorni al suo paese, imprigionalo, fanne ciò che ti aggrada, fallo sparire in segreto in modo che non lo si veda mai più”.
Vennero consegnati 100 talleri al sacerdote italiano affinchè potesse proseguire il suo viaggio verso Khartum. Giustino rifiutò il denaro così generosamente offerto, ringraziò del dono inaspettato della liberazione e già pensava a rimettersi in cammino, non verso Khartum ma, tornare alla sua cara missione di Gondar. Appena giunto nella sua missione pieno di commozione, rivolgendosi agli Abissini, disse :” Ecce quo modo amabat eum!”
Negli stessi anni in cui Giustino veniva perseguitato, la Società della Bibbia fece stampare il Nuovo Testamento in lingua amarica e distribuito in migliaia di copie in tutta l’Abissinia, qui il vescovo anglicano Samuel Gobat ebbe un ruolo importantissimo. Parlava alcune lingue locali e gli fu facile entrare in contatto con le autorità religiose e politiche locali. Visitò le principali località del regno e ovunque raccolse importanti risultai e divenne amico di moltissime persone. Nei suoi discorsi vi erano sempre aperti attacchi alla chiesa di Roma. Numerose missioni protestanti furono fondate sul territorio abissino per giungere sino a Mankullo vicino a Massaua, e in altre località della pianura orientale. Mentre furono fondati centri in Addis Abeba e DebraTabor.
Grande fu la responsabilità degli agenti protestanti britannici nell’ultima crudele e più spietata persecuzione che portò al martirio di Ghebre Michael.
Si riporta di seguito un passo di uno scritto di Monsignor De Jacobis :” Si desidererebbe sapere, se i protestanti d’Europa, gli autori di tante abbominazioni, possano ancora domandare ed ottenere la protezione e la complicità degli agenti di una nazione come l’inglese oggi cosi innanzi nella estimazione universale” (sic).
L’agente principale inglese cui tutti gli altri facevano capo, Sir Plawden, con la sua perfida abilità riuscì ad imporsi innanzi a tutta l’Abissinia ed in un certo senso a condizionare anche la volontà dei consoli austriaco e francese, di Khartum e di Massaua come suoi subalterni.
Fu così che l’Abuna venuto dall’Egitto, mediante l’appoggio dell’agente inglese, giunse a persuadere il re Teodoro che la persecuzione contro i cattolici veniva approvata anche dagli altri consoli. Il silenzio scandaloso dei consoli cattolici, o pseudo tali, che mai protestarono contro tale equivoco, ne diede la certezza pubblica.
Plawden fu anche consulente militare di Teodoro e partecipò personalmente a parecchie spedizioni guidate dal re. In uno scontro con i ribelli, l’agente inglese fu crivellato di colpi. Portato a Gondar moriva pochi giorni dopo. Per vendicarlo il re Teodoro fece trucidare 1700 insorti che già avevano deposto le armi.
Monsignor Giustino De Jacobis, per gli Abissini, Abuna Yakob, moriva nella valle d’Alghedien il 31 Luglio 1860 e giace nel suo sepolcro di Hebo dove dorme in pace l’ultimo sonno.
In Abissinia si racconta che un giorno L’Abuna Yakob estenuato da un lungo trasferimento da una località all’altra, sedette appoggiandosi al tronco di un sicomoro completamente disseccato. L’anno seguente l’albero fu visto ricoperto di foglie verdeggianti. L’albero è ancora visibile a quanti vanno verso Guala.
Dopo Adua, Giustino ed il suo folto seguito di indigeni fondarono altri centri missionari a Gondar, Enticciò, Guala, Alitiena, Halai, Hebo, Cheren. A Guala, in particolare, Giustino fondò il suo seminario al fine di garantire un luogo dove formare al credo cattolico i sacerdoti nativi del posto. Con questa realizzazione, il sacerdote lucano soddisfò una sua forte convinzione secondo la quale, come egli stesso scriveva, "Un prete della Abissinia, profondamente cattolico e sufficientemente istruito, grazie alla sua perfetta conoscenza della lingua, degli usi e dei pregiudizi dei suoi connazionali - conoscenza che difficilmente potrà avere un europeo - lavora con un successo notevolmente superiore a quello di un europeo". Tra tutti questi luoghi attraversati, comunque, è la città di Hebo quella a cui Giustino restò più legato tanto che proprio lì sono conservate le sue spoglie, venerate da cospicui pellegrinaggi provenienti da ogni zona dell'Etiopia.
Gian Emilio Agau
Note:
1 - Come ben si sa il re folle, Teodoro II assieme ai suoi fedeli fu massacrato a Magdala dai britannici guidati da Robert Napier, era il 13 Aprile del 1868.
2 – Il processo di beatitudine di Giustino De Jacobis iniziò il 13 Luglio 1904, sotto il pontificato di papa PioX e si concluse il 25 Luglio 1939, essendo papa Pio XII. Fu canonizzato nel 1975 da papa Paolo VI. Ancora oggi la sua tomba è visitata dai Cristiani e dai Musulmani.

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03/07/2014 15:21 #22528 da Francesco
AGAU,
l'argomento è molto interessante. Già ero al corrente delle peripezie di San Giustino de Jacobis,pugliese.
Ti allego, se ci riesco, una foto di Dessiè, ripresa dall'alto.
EEA

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03/07/2014 11:07 - 03/07/2014 11:13 #22527 da Agau-del-Semien
L’Abuna Yakob e la solita perfidia d’Albione.


Premessa.
La Storia della Chiesa Cristiana è fatta di fratture e scissioni nate da crisi umane, mentre, Cristo, aveva istituito la sua Chiesa come Una e Universale. Anche tra la Santa Sede di Roma e la Santa Chiesa Tewahdò d’Etiopia-Eritrea non vige una perfetta unione, benché si senta, tra le due Chiese, il disagio della divisione. Infatti, nelle due Chiese, si prega con forza e con grande devozione, recitando :” Bentè Selame Betecristian Ahatti, Kiddist Gubaè, Ente Laele Kullu”, che in italiano così suona :” per la pace della Chiesa Una, Santa Assemblea, Universale”
Ricordiamo che la scissione tra le due Chiese arrivò in occasione del Concilio di Calcedonia, quando 13 vescovi della Chiesa Copta si rifiutarono di firmare la mozione finale; il Vescovo di Axum era assente. Il tutto avvenne a causa dei soliti, bassi interessi umani. (da : Il feudo di Maria, di Abba Pietros Ghebresellasie)
L’Etiopia e le missioni straniere.
Le vicende delle missioni straniere risalgono sino dal 16° secolo. In seguito alla richiesta fatta giungere in patria dal viaggiatore portoghese Covilham, vissuto in Etiopia per ben 33 anni, arrivarono una quindicina di persone tra missionari e laici, guidati da Rodriguez de Lima, Francesco Alvarez e il medico Bermudez, tutti portoghesi. Vennero ben accolti dal re Dawit II, ma, anche loro, come precedentemente accaduto a Covilham, furono obbligati a rimanere in Abissinia, quasi prigionieri, in quanto l’Abissinia non permetteva a nessun viaggiatore di lasciare il paese per timore che si potesse rivelare i segreti del regno.
Questi europei ebbero maggior fortuna del loro conterraneo per un evento esterno che cambiò le loro sorti. Una carovana di pellegrini abissini che tentava di raggiungere Gerusalemme era stata annientata dai musulmani delle coste. Il re rimandò in Europa i portoghesi e con loro inviò un monaco abissino di nome Tsegga Ze Ab come ambasciatore presso il Papa a Roma e presso il re del Portogallo. Intanto le truppe islamiche affiancate dai turchi stavano seminando il terrore nelle terre cristiane dell’Abissinia. Gli islamici erano capeggiati Mahammad Gragn.
Dopo la spedizione militare portoghese che giunse in Etiopia ad aiutare il paese cristiano contro l’attacco e la tentata invasione musulmana condotta dal Mancino (Gragn) arrivarono nuovi missionari gesuiti che forti della presenza del contingente portoghese si insediarono a corte con il loro patriarca e commisero l’errore di sentirsi autorizzati a riportare l’intera Abissinia in seno alla Chiesa Cattolica iniziando una selvaggia e prepotente campagna di conversione, ribattezzando i già cristiani, riconsacrare i Tabot delle chiese, vietare la circoncisione.
L’esperienza gesuita fu molto amara per la Chiesa Tewahdò, le popolazioni locali, di fronte ad un simile affronto si ribellarono e diedero inizio ad una rivolta contro il re e i missionari gesuiti portoghesi. L’odio verso i cattolici crebbe a dismisura finendo in un bagno di sangue.
Avendo rifiutato gli inviati della chiesa cattolica, l’Abissinia ricevette invece la prima visita dei protestanti. Pietro Heiling, ardente luterano, giunse nel paese accompagnato dall’Abuna Marcos. In breve acquisto la piena fiducia della corte. Il suo credito a palazzo e il suo antipapismo gli attirarono senza fatica l’animo di tutti.
Roma mai si rassegnò a considerare perso un paese tanto Cristiano come l’Abissinia e cosi isolato e, se pur giudicandolo “eretico” grande era il desiderio di unificare le due Chiese.
Ma, come si dice, le vie del Signore sono infinite e nel 1800 a S. Fele, in Basilicata nasceva un bimbo, Giustino De Jacobis che in seguito, ricevuta la formazione religiosa tra i Preti della Missione, o Lazzaristi, di S. Vincenzo de Paoli, sarebbe divenuto l’Uomo di Dio.
Inviato in Abissinia, il sacerdote umile e mite, giunse ad Adua nel 1839 e, in pochi mesi studiò ed imparò la lingua locale aiutandolo nel aprire un corretto dialogo con il popolo che lo accettò per la sua profonda umiltà e carità.
Ben presto venne chiamato con il nome di Memher ( il Maestro), nome usato per i maestri di spirito Abissini. Si spoglio di ogni possibile cosa che potesse ricordare le sue origine ed adottò il costume abissino, vestiva come i suoi allievi e consumava i pasti con loro. Mai entrò in discorsi politici anche se fu il beniamino del Deggiac Wubie che lo inviò ad Alessandria D’Egitto a capo della delegazione Abissina. Il viaggio lo legò ancora più a quella gente conquistando la loro stima e, in particolare quella del padre spirituale della corte di Gondar, l’Abba Ghebremicael. Dall’Egitto andarono assieme a Roma e al ritorno passarono da Gerusalemme, il sogno di ogni Abissino.
Tornati in Abissinia i due uomini di fede lavorarono assieme presso il Seminario di Golà (Addigrat), per l’insegnamento della Teologia, canto e letteratura Ge’ez.
(continua)
Allegati:
Ultima Modifica: 03/07/2014 11:13 da Agau-del-Semien.

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03/07/2014 10:20 - 03/07/2014 10:23 #22526 da Narrante
A proposito di sicomori mi piace ricordarvi il bel servizio fotografico inviatoci da Carlo.
Foto e panorami superbi degni di un lungimirante Carlo che non dobbiamo stancarci a ricordarne i suoi viaggi del ritorno corredati da foto che parlano da sole.

Vi invito caldamente a guardare il servizio fotografico ad ampio raggio svolto da Carlo. Basta un click al link:

Ciao Carlo, un abbraccio e saluti a Gabriela.
Ultima Modifica: 03/07/2014 10:23 da Narrante.

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