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Daaro Addi, ovvero il Sicomoro del Villaggio.

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27/07/2014 12:22 #22724 da Francesco
I CALENDARI DELL’AFFRICA ORIENTALE 1)
Nel Corno d’Affrica (1) a causa della presenza di diverse etnie sono in vigore, oltre al calendario Cristiano, anche quelli Etiope, Musulmanno e Somalo.

CALENDARIO ETIOPICO

L’anno etiopico è formato da 13 mesi , di cui i primi 12 di 30 giorni ciascuno ed il 13°di di 5*ed ha inizio l’11 settembre**:
Mescherèm corrisponde al nostro settembre-ottobre
Techèmt che corrisponde al nostro ottobre-novembre
Hedàr che corrisponde al nostro novembre-dicembre
Tahsàs che corrisponde al nostro dicembre-gennaio
Ter che corrisponde al nostro gennaio-febbraio
Iecatìt che corrisponde al nostro febbraio-marzo
Megabìt che corrisponde al nostro marzo-aprile
Miazzà che corrisponde al nostro aprile-maggio
Ghembòt che corrisponde al nostro maggio-giugno
Seniè che corrisponde al nostro giugno-luglio
Hamliè che corrisponde al nostro luglio-agosto
Nehassiè che corrisponde al nostro agosto-settembre
Pagumièn che corrisponde al nostro settembre

Distinzione degli anni

Gli anni bisestili sono quelli la cui cifra divisa per 4 da il resto di 3.
Gli anni sono distinti dal popolo con i nomi dei quattro evangelisti Lucas l’anno bisestile e successivamente gli altri tre Johannes, Mattieuòs, Marcòs.

Le Stagioni

La primavera ( zedià) inizia il 25 megabìt ;
l’estate (cheremtì ) con le piogge inizia il 25 seniè ;
l’autunno (chenì) con il raccolto inizia il 25 mescherèm ;
inverno ( hagai) inizia il 25 tahsàs.

L’era etiopica

Il calendario etiope è in ritardo rispetto alla ns era Cristiana di 7 anni e 113 giorni.Esempio : l’11 settembre 2014 corrisponde al 1° mescherèm 2007.

Giorni festivi

Oltre al sabato ed alla domenica per ogni mese sono istituite 5 giorni festivi fissi.

Giorni della settimana in lingua amarica

Domenica Ehùd
Lunedì Segnò
Martedì Macsegnò
Mercoledì Rob
Giovedì Hamùs
Venerdì Arb
Sabato Chedamiè

(1) Taluni, come Ferdinando Martini, così indicavano l’Africa.
*Di 6 negli anni bisestili.
**Il 12 settembre per gli anni successivi ai bisestili.
( 1 CONTINUA)

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26/07/2014 16:13 #22716 da Francesco
Caro Cristoforo,
anzitutto ti ringrazio di avere scritto cose non nuove per la mia memoria rapportata all’età che avevo.
Nel post precedente non ricordavo l’acronimo dell’associazione creata dal dr. V. Di Meglio : avevo scritto M.i.e. ed invece era C.R.I.E. Avendo inviato il predetto post dal mio luogo di villeggiatura non ho potuto controllare la veridicità avendo il mio archivio a casa.Qualche nome dei componenti dell’associazione in parola mi è familiare : ad esempio gli ingg. Schinelli e Tabacchi ( quest’ultimo titolare dell’azienda che si occupava di ceramiche, Ferro-Luzzi, ostetrico e primario dell’ospedale “Regina Elena”, nonché professore presso la scuola di ostetricia e forse anche di quella universitaria di medicina.Ricordo bene il professore, del quale mia mamma fu alunna. Era palermitano ed aveva una figlia, mia coetanea che, ad una gamba le era stato applicata una protesi, essendo, la poverina, stata colpita dalla poliomelite.Ebbene, negli anni ’70, venne assunta, con le funzioni di medico, dall’INPS ed assegnata alla sede di Agrigento. C’incontrammo dopo circa un quarto di secolo. Il prof. Ponzanelli, fratello della direttrice delle scuole elementari “P.pe di Piemonte”, E’ inutile riparlare del dr. Di Meglio avendolo conosciuto sin da piccolo ed essendo il ns medico di fiducia. La figlia Rita la conobbi da ragazzino e lei , signorinella, aveva qualche anno piu’ di me. La incontrai nel febbraio 2004 alla Casa degli Italiani, dopo circa mezzo secolo, in occasione di un incontro con degli alpini veronesi in congedo che si occupavano di costruzioni di pozzi e relativo sollevamento delle acque. Erano cooperatori ed in Eritrea erano di casa. In particolare riconobbi , dopo tanti anni, di un compagno d’armi presso la Scuola Allievi Ufficiali di Complemento d’Artiglieria di Foligno (1962), ove io frequentavo il corso per l’artiglieria pesante o da fortezza e questi quello d’artiglieria da montagna.
Con Rita siamo rimasti in ottimi rapporti e sono stato ospite, assieme a mia moglie, nella sua villa di Barano d’Ischia. In tale occasione volli essere accompagnato al cimitero per deporre un fiore sulla tomba del padre. Di lei possiedo tutte le sue pubblicazioni. E’ un’insigne arabista ed …. anche , purtroppo, filoaraba…. quanti scontri…!
In passato, dopo avere visto il degrado esistente nel ns cimitero di Asmara , sono stato promotere, assieme a Rita, di un appello , tramite il M.T., per un intervento di pulizia e ristrutturazione.
Inoltre, ho inviato una petizione, tramite il MT, alla Casa degli Italiani affinchè onorassero il fondatore, ovvero il dr. Di Meglio, per titolare il sodalizio con il nome di questi. Non se ne fece nulla…Volpicella non mi rispose nemmeno. Sapevo che non dipendeva da questi…..ma almeno un gentile riscontro….non voglio inveire perché è deceduto…pace all’anima sua!
Il dr. Di Meglio, inviso a quei cani dei figli di Albione ed a qualche comunista nostrano ( traditore e collaborazionista), perse il posto all’Ospedale e, dopo la chiusura del CRIE, emigro’ a Ras Tanura ( Arabia Saudita).
A proposito di B.A.E. … si tratta forse della famigerata British Administration Eritrea.?
EEA

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26/07/2014 16:13 #22715 da Francesco
Caro Cristoforo,
anzitutto ti ringrazio di avere scritto cose non nuove per la mia memoria rapportata all’età che avevo.
Nel post precedente non ricordavo l’acronimo dell’associazione creata dal dr. V. Di Meglio : avevo scritto M.i.e. ed invece era C.R.I.E. Avendo inviato il predetto post dal mio luogo di villeggiatura non ho potuto controllare la veridicità avendo il mio archivio a casa.Qualche nome dei componenti dell’associazione in parola mi è familiare : ad esempio gli ingg. Schinelli e Tabacchi ( quest’ultimo titolare dell’azienda che si occupava di ceramiche, Ferro-Luzzi, ostetrico e primario dell’ospedale “Regina Elena”, nonché professore presso la scuola di ostetricia e forse anche di quella universitaria di medicina.Ricordo bene il professore, del quale mia mamma fu alunna. Era palermitano ed aveva una figlia, mia coetanea che, ad una gamba le era stato applicata u

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25/07/2014 11:46 #22708 da Agau-del-Semien
In seguito all'accenno fatto da Francesco sulla "Casa degli Italiani" di Asmara,
l'Amico Cristoforo invia questo suo scritto.
Buona lettura.

C.R.I.E. poi” Casa degli Italiani.” La riorganizzazione di una Comunità (Eritrea:I947/1951) .

Durante l'ultimo raduno è stato chiesto di firmare una petizione affinchè la Casa degli Italiani di Asmara sia titolata alla memoria del Dott. Vincenzo Di Meglio, il padre della nota islamista e giornalista della R.A.I. Rita. Spero l'abbiano fatto in molti perché quella eminente personalità sia sempre ricordata.
La Casa degli Italiani è un'istituzione erede e testimone della fase di riorganizzazione della nostra comunità nell'immediato dopo¬guerra e non solo il centro di aggregazione e circolo dei residenti così come avviene in molte altre parti del mondo.
Nei tristi anni che seguirono la disfatta, dal 1941 in poi ci sentimmo sconfitti ed abbandonati, ognuno di noi pretendeva qualche considerazione o aiuto in più dalla Madre-Patria.
Di certo non conoscevamo la situazione storica di quel periodo come la conosciamo oggi: un'Italia distrutta ed invasa, città bombardate a tappeto, un esercito abbandonato e dissolto, una flotta che si consegna agli alleati, un'economia ed una ricostruzione che si fondare sull'aiuto dei vincitori. In più venti mesi di guerra civile con decine di migliaia di morti (oltre quarantamila dei soli perdenti ) e le cui conseguenze sono tuttora percepibili.
L'Italia per noi non voleva e non poteva fare nulla. Non voleva perché il nostro era un periodo storico da cancellare, rimuovere, ormai fuori del tempo; non poteva per i motivi che ho appena sopra esposto.
Ecco che allora in carenza di altre istituzioni, dato che non si parlava ancora di Ambasciata o Consolato ma di semplice “Rappresentanza del Governo Italiano" senza poteri né programmi specifici, nasce spontaneamente e dal seno della comunità locale il Comitato Rappresentativo degli Italiani in Eritrea (C.R.I.E.) per il sostegno del prestigio e degli interessi della stessa,che contava allora oltre novantamila connazionali.
Il C.R.I.E. già operativo dal marzo 1947 aveva come presidente il Dott. Vincenzo Di Meglio; sede in corso Italia al numero venti, era formato da specifiche commissioni, si riuniva plenariamente almeno bimestralmente. il C.R.I.E. cessa la sua attività o meglio diventa "Casa degli Italiani" nel maggio 1951 e di quest' ultima tratteremo meglio.
La Casa degli Italiani proseguì gli scopi, che furono del C.R.I.E. ed ebbe come controparte: il Governo Italiano (ministro Taccoli, sotto-segratario competente Brusasca, Rappresentante in Asmara il conte di Groppello e il marchese di Campolattaro) la British Administration of Eritrea (Sir Frederick Pearce), il Movimento Unionista e quello Indipendentista; ebbe l’appoggio incondizionato del Vicariato Apostolico e degli Eritrei a noi favorevoli.
Le riunioni plenarie avevano frequenza più che mensile. La Casa degli Italiani ebbe una struttura un po' complessa e numerosa per essere ampiamente rappresentativa e cogliere tutte le istanze, secondo il seguente organigramma:
Assemblea Dei Comitati (delle Categorie di lavoro),Collegio dei Probiviri (Due membri approvati dalla Rappresentanza del Governo Italiano un membro nominato dall'Assemblea dei Comitati).
Giunta Esecutiva (sei membri: i tre Presidenti dei Comitati, due in più al comitato economia e lavoro ,uno di nomina dell'Assemblea).
Comitato Economia e Lavoro (un presidente più sedici membri).
Comitato Culturale (un presidente più undici membri).
Comitato Sportivo (Un presidente più sei membri).
Sotto Comitato Assistenziale (Tre membri)
Collegio dei revisori dei conti (Quattro membri Commercialisti).
Quattro sezioni periferiche:(Un rappresentante per sezione: Cheren;Decamerè Adiugri, Assab, Massaua).
Ne furono coinvolti i più bei nomi della nostra comunità ; persone oneste e preparate che legittimavano la struttura che tutelava ogni aspetto e categoria. Ne cito i nomi, desunti dalla pubblicazione "Il Lavoro" settimanale locale del giovedì del 17 Maggio 1951- Persone delle quali dobbiamo serbare un buon ricordo e riconoscenza, motivo di orgoglio la rilettura, penso ormai per alcuni di loro certamente per i loro eredi; nelle varie cariche e per "ordine alfabetico sono: Albera, Amighini, Baglioni, Barberi, Bartoli-Avveduti, Bay, Belforte , Benini, Bregaro, Bruna, Buono, Casciani, Cimàglia, Cinirella, Cocchi, D'Avossa, Del Vecchio, Denti, Ertola, Falletta, Ferro, Ferro-Luzzi, Greppi, Guerra, Leotta, Liberati, Maderni, Mocci, Mosca, Notari, Obici, Ostini, Palma, Paoletti, Petroni, Pavesi, Pazè, Pisani, Pollastri, Ponzanelli, Principe, Riaschi, Rossi, Ruffino (Rev.), Rusmini, Schinelli, Sciallero, Tabacchi, Talluri, Torriani, Vercellino e Vitarelli.
Cinquantadue persone: imprenditori (agricoli e industriali), funzionari, medici, avvocati, commercialisti, tecnici, educatori, operai ecc. che disinteressatamente si impegnarono portando prestigio e conoscenze professionale di prim’ordine.
Il nome del Dott. Di Meglio non compare, probabilmente non era presente in Eritrea perché operava anche nella penisola arabica.
La casa degli Italiani sempre in corso Italia n.20 ospitava anche le seguenti organizzazioni minori : Associazione Dipendenti Italiani della B.A.E. ; la M.A.I.(?), l'Unione Sindacale Dipendenti dell'Amministrazione ed Enti Pubblici dell'Eritrea, il Gruppo Ferrovieri.
Gli eventi che furono la causa della nostra diaspora ed il tempo non possono cancellare il ricordo di queste persone né il loro impegno concreto in anni difficili per tenerci uniti e salvare il salvabile. Chissà quanti ottennero maggiori benefici, riconoscimenti ed aiuto oltre alla qualifica di profugo ed il passaggio di rimpatrio che comunque ci venivano riconosciuti per legge.
Manteniamo la nostra simpatia (etimologicamente: abbiamo sofferto insieme) e riconoscenza, trasmettiamo questi sentimenti, pur nel nostro piccolo a quanti ci seguono.
Cristoforo Barberi.

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23/07/2014 09:42 #22690 da Agau-del-Semien
Sidamo 3

Il popolo che onora i propri morti e ne fa un culto è degno di stima e indice di civiltà.
Nel Sidamo si è sempre dato grande importanza alle manifestazioni dedicate ai loro defunti, manifestazioni che si possono definire di una dolce pietà filiale.
Alla casa del morto, subito si riuniscono, per piangerlo, parenti ed amici ed attorno alla salma le donne di famiglia e le vicine di casa iniziano i lamenti e si graffiano le guance e le tempie.
All’alba del giorno successivo i figli e i loro congiunti lo trasporteranno a spalla al luogo dell’ultima dimora.
I cimiteri sono nelle prossimità dei centri abitati in prossimità del bosco. La fossa sarà abbastanza profonda e il corpo verrà posizionato sul fianco destro, se uomo e sul fianco destro se donna e sempre con il capo rivolto verso nord.
Gli alluci verranno riuniti e legati da una cordicella di fibra vegetale.
La bocca, le narici , le orecchie e gli occhi accuratamente riempiti di miele e burro.
Il corpo verrà avvolto in un telo di cotone acquistato dagli amici del defunto.
Il maggiore dei figli getterà tre manciate di terra sul corpo del padre e cosi successivamente tutti i presenti. Sulla tomba verrà rialzato un cono di terra battuta ( mogo) sul quale si verserà del latte e miele pronunciando frasi rituali per invocare la benevolenza dello spirito del defunto.
Agau

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23/07/2014 06:44 #22685 da Agau-del-Semien
Cristoforo ci manda un suo scritto. Gli argomenti sono molto interessanti ed avvicinano a quella terra rossa ormai cosi tanto lontana ed al lavoro degli Italiani in Abissinia. Buona lettura

... Correva l'anno 1950.

La rilettura del presente può essere collegata, in modo diretto, ai precedenti articoli: ".... Correva l'anno 1938." (v. M.T. n. 6/'06) ed "Agosto 1975: L'epilogo." (v. M.T. n.4/’05).Tratta di cose, per noi Asmarini, note e vive nel ricordo ma è anche una rivisitazione, un po’ più sistematica, di un altro periodo importante cioè la situazione che lasciarono gli Inglesi al loro abbandono, mentre i citati articoli descrivono rispettivamente: la situazione al loro arrivo e come tutto si concluse quando fummo noi a dover lasciare l'Eritrea. In fine se sia stato opportuno che un simile patrimonio sia stato disperso lasciando agli Eritrei il compito di doverlo ricostituire (v. M.T. n.I/'07 "Occasione mancata").
Il ricordo di questi eventi, dei protagonisti e del vissuto personale vale certamente di più di quanto trattano e lo fanno raramente, gli Storici "ufficiali" Inoltre le memorie sono suffragate da rari documenti d'epoca locali ma precisi sin all'ultimo dettaglio.
Il presente ha quale supporto una rivista uscita in numero unico titolata "Eritrea 1949" edita, nel settembre dello stesso anno, dalla Tipografia Francescana. L'autore e responsabile G. FIORE, che con il candore dell'epoca chiarisce sin dal frontespizio, che la rivista - in realtà un bel volumetto - è apolitica e che il venticinque per cento del ricavato è stato devoluto alle Cucine del Vicariato Apostolico e noi sappiamo bene quale ruolo queste ultime svolsero sul finire degli anni quaranta! Egli usa un linguaggio coraggioso, a volte temerario, di chi sa di non aver torto; un linguaggio che oggi a distanza di oltre cinquanta anni non osiamo usare.
Tralasciamo i profili personali che la rivista tratta (Pollera, De Jacobis, fratelli Acquisto,Rocca, Minghetti e Minneci) e le attività missionarie; che offrono spunto ad altre considerazioni e concentriamoci sull'aspetto socio-economico così come è stato fatto per i quattro precedenti, citati, articoli.
Questa situazione è sostanzialmente quella che lasciarono gli Inglesi quando smobilitarono dopo circa un anno.
La nostra comunità di circa novantamila anime pur non potendo più contare su alcun aiuto delle Autorità locali o dell'Italia, continua a crescere in modo autonomo come spinta da un volano che era stato ben avviato e pareva irrefrenabile e sorretta da un entusiasmo ed una determinazione razionalmente inspiegabile. Nonostante gli Inglesi che agirono a detrimento più dell'Eritrea stessa che non della nostra comunita, depotenziando il sistema dei trasporti (ferrovìa e teleferica) e l'agricoltura (insicurezza e distruzioni). Asmara però si salvò e si sviluppo ulteriormente; la provincia no: languirono Massaua e Cheren, morì Decameré.
Il capoluogo conservò le grandi infrastrutture ed i servizi pubblici, perdette ovviamente l'apparato militare ma conservò il Comune e cosa importantissima il C.R.I.E. (v. M.T. n. 3/'05), la Camera di Commercio come ente autonomo e la Parrocchia come ente morale di riferimento ed aggregazione. Visse forse come un Libero Comune, di medievale memoria, perché coordinò la società e le sue attività economiche dando voce al lavoro, naturalmente con il consenso implicito degli Eritrei.
La Camera di Commercio, ad esempio, era composta da Presidente, Vice Presidente, Tesoriere e Revisori dei conti, aveva un Consiglio dì Amministrazione e tre Comitati sezionali: Agricoltura, Commercio, Industria artigianato trasporti. Una trentina di persone ne formava l'organico di cui un terzo di altre nazionalità: Eritrei, Arabi, Greci ed Ebrei.
Ma passiamo ora all'osservazione della situazione scindendola nei vari settori.
Agricoltura (primario): ci furono due grandi centri agro-alimentari, quello di Daarì e Ingherné (G. De Ponti) e quello di Hal-Halé (Marazza ni Visconti) oltre alla produzione di fibre, lavorate poi su scala industriale, di sisal, dum, e cotone. Operarono inoltre un centinaio di aziende di media dimensione, dato che si ottiene interpolando il numero di centosessanta aziende censite nel 1938 e settanta nel 1971, ma resta costante la superficie coltivata a scopo alimentare pari a seimila ettari circa. Cifra ricorrente che dimostra che chi sopravvisse si ingrandì e che tale superficie, razionalmente sfruttata fu sufficiente, oltre all'agricoltura praticata in modo tradizionale dagli Eritrei, al sostentamento della ex Colonia in quanto mai, nel periodo, furono importate derrate dall'estero.
Industria (secondario): otto/dieci grandi industrie produssero: il sale, l'energia, il vetro, la ceramica, la birra, bottoni, fiammiferi, prodotti del mare e colla; non solo per gli usi locali ma esportarono le loro produzioni in altre nazioni. Piccola e media industria e giù sino all'artigianato provvidero la Comunità del necessario: conserve ed alimentari, abbigliamento, saponi e profumi, accendini, imballaggi, mobili ed arredamento, materiali da costruzione ecc. Un ruolo importante lo ricoprirono le aziende elettro-meccaniche, numerose perché necessarie al mantenimento dei macchinar! industriali e del sistema dei trasporti che non potevano contare più sui rifornimenti dei ricambi originali.
Servizi (terziario): lo si deve necessariamente dividere in pubblico e privato. Il settore dei servizi pubblici perse la struttura militare e dell'ordine pubblico, restò però confermato il settore della polizia scientifica (ai vertici: Rubimarco e Calabrò). Vennero depotenziati:il sistema dei trasporti, ferrovia e teleferica, i collegamenti internazionali, i centri di ricerca zoo-profilattici ed il settore forestale. Restò sostanzialmente uguale il sistema stradale. Ressero ed in molti casi prosperarono sotto una gestione sostanzialmente italo-eritrea: la Camera di Commercio, le centrali elettriche, i servizi comunali, le scuole che raggiunsero il grado di università e gli ospedali.
Organo di rappresentanza ed auto governo, per la nostra Comunità, resto il C.R.I.E.
Il settore dei servizi privati si fondò esclusivamente sulle professionalità degli Italiani d'Eritrea. Operarono: ventiquattro avvocati, trentasei medici, nove commercialisti, il corpo degli insegnanti, una parte del commercio minuto e dieci-undici compagnie di trasporto di terra e marittimo; importatori ed esportatori. Riprese servizio l’Alitalia che collegò quella terra con il resto del mondo oltre alla nascente aviazione civile etiopica.
Tutto ciò a sostegno e caratterizzazione di una comunità di novantamila Italiani che poterono contare solo su se stessi in quanto gli Inglesi occupanti si occuparono solo di ordine pubblico che però mantennero conformemente ai loro interessi politici e la Madrepatria che non si occupava più di noi eccetto che per fare rimpatriare gli indigenti e chi altro lo richiedesse essendo già in atto la nostra piccola diaspora.
Delle attività descritte poterono beneficiare invece gli Eritrei che nel decennio affermarono ed aumentarono le loro posizioni.
Per quanto riguarda l'occupazione locale, in quel contesto economico, si deve ricordare che gli Eritrei, all'epoca fossero un milione e mezzo dato ottenuto interpolando questo dato, così come gli altri se carenti, tra le cifre certe riferite al I938 ed al 1975.
Se azzardiamo quindi porre delle cifre si può essere certi che se sono errate lo sono per difetto. Nei documenti, dalle inserzioni ecc. si suppone che non tutte le attività compaiano neanche esistevano più Autorità in grado di censire. Per nostra fortuna restano però tracce incancellabili che se coniugate, in modo onesto, con i nostri ricordi personali possono far rivivere la realtà.
Sì ottiene che gli Eritrei occupati nelle nostre attività fossero: tremila nell’agricoltura industrializzata,(n. 6 aziende per 500 dip.) mille e cinquecento nell'agricoltura dì sostentamento,
(n. 100 aziende per 15 dip.) mille e seicento nell'industria di grandi dimensioni,(n, 8 aziende per 200 dip,) ottocento nella media, piccola industria ed artigianato,(n. 160 aziende per 5 dip.) duemila e quattrocento nei servizi pubblici,(n. 120 aziende per 20 dip.) quattrocento nei servizi privati e settore commerciale,(n. 80 aziende per 5 dip.) ventidue mila e cinquecento collaboratori familiari.(n.22500 famig. per I dip.)
Si può ipotizzare quindi che trentadue mila e duecento persone lavorassero per gli Italiani; circa un terzo in più rispetto al 1938.
Se pensiamo che ogni reddito, prodotto dai suddetti, sostenesse cinque persone - dato anche il loro costante tasso di crescita demografica - significa che centosessantuno mila persone vissero in simbiosi con la nostra Comunità. Quasi due Eritrei per ogni Italiano presente, arrotondato solo per non segare le persone in frazioni! oltre un terzo, in più, rispetto sempre al 1938.
Dati in positivo quindi, nonostante avessimo già dismesso un altro grande settore occupazionale: l'apparato militare.
Questa crescita di cui beneficiò tutta l'Eritrea, fu pari ad oltre il tre per cento dì crescita complessiva annua 'e pur a guerra persa ed il conseguente isolamento, fu dovuta solo alla nostra presenza ed al. nostro lavoro pur nell'incertezza del futuro.
Cristoforo BARBERI.
N.B. I dati statistici sono desunti dalla rivista: "Eritrea 1949" del settembre 1949 a cura di G. FIORE, edita dalla Tipografia Francescana. Dati quindi approssimativi ed ufficiosi, non si tratta di un censimento ma di inserzioni volontarie, quindi certamente in difetto. Si ringrazia la famiglia Mazzoleni depositaria del Testo.

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