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Daaro Addi, ovvero il Sicomoro del Villaggio.

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12/08/2014 13:04 #22888 da Agau-del-Semien
Cristoforo ci propone la seconda parte del racconto sulla " Concessione" di Emilio e la sua distruzione ad opera di quel branco di eritrei che da sempre aveva come scopo la nostra cacciata dall'Eritrea dopo aver loro dato : una nazionalità, una nazione, strade, ponti, città intere.Ricordo una frase ricorrente detta nei nostri confronti:" tu mangiare nostro pane, nostra terra, tu brutto facista torna tua casa ".
La maggioranza della popolazione eritrea si è rivelata
veramente ingrata.

Cap.III

II cognato, un giovanotto dotato di grandi iniziative e di una notevole manualità, era il miglior costruttore di aquiloni della Piazza del Commissariato, durante il soggiorno non faceva che progettare ed eseguire scherzi per spaventare, di sera, le ragazze. Intagliava zucche ed
inseriva un lumino, creava finti serpenti con foglie di lattuga arrotolate e legate, poi lasciava le prime in bella vista sul muretto che delimitava l'aia o infilava i secondi in un letto prescelto ma che teneva segreto, delle ragazze. Avvisava sempre di ciò che aveva combina_ to ma ciò non toglieva a queste ultime, di spaventarsi al punto di non guardare fuori di notte e tanto meno di andare a rimuovere o spegnere la zucca o di non andare a letto per paura di alzare le coperte, tirandola per le lunghe.
La sera, a volte, quando "Era già l'ora che volge il disio/ ai navicanti
e 'ntenerisce il core/ lo di c'han detto ai dolci amici addio" si ascoltava musica. Si caricava un grammofono a manovella e si sceglievano i dischi. I due più"gettonati"erano quelli che narravano, rispettivamente, della vita di una tribù nomade e della vita notturna in un paese progredito e vizioso.
La prima canzone diceva: "Canta, carovaniere canta nell'ora che tormenta tutti i cuori della tribù..."la seconda: “ è mezza notte e va la ronda del piacere e nell'oscurità ..." ( scusate le eventuali imprecisioni ). Descrivevano queste canzoni: luoghi, abitudini e genti diversissime, ma entrambe erano melodiose e accattivanti; entrambe avevano il potere di intenerire e portavano ad essere romantici, specialmente le ragazze alle quali luccicavano gli occhi.
Anche a me piacevano molto ma seppure bambino mi inducevano a meditare: noi colà volontariamente dispersi a quale mondo appartenevamo?
Di certo non eravamo dei nomadi, pur conoscendo il loro mondo: molti erano in Eritrea i nomadi e spesso nelle nostre escursioni li potevamo osservare, la legge imponeva il rispetto per le loro abitudini, i percorsi non potevano essere ostacolati o preclusi dai nostri insediamenti. Sembra che sapessero ed apprezzassero, ricordo i loro volti sempre sor_ ridenti e pronti a ricambiare il saluto.
Di certo noi non si faceva vita notturna tanto meno mondana. Anche questo un mondo lontano, si sapeva del Mocambo e di altri locali notturni,
di ballerine che transitavano, delle case "chiuse" per personaggi più o meno importanti. Per noi anche tutto questo era tabù e giustamente è già stato detto che presso noi Vecchi Coloniali vigeva il più rigido codice d'onore siculo.
Noi costituivamo ormai un mondo a sé stante, una comunità italiana ritagliata fuori dal contesto storico. Potevamo sì rimpatriare ed essere sopportati ma non ci sentivamo di abbandonare il frutto del nostro lavoro e quello dei nostri vecchi e poi tutti eravamo già nati lì. Ci illu_ devamo che, per i nostri meriti e per l'amore verso quella Terra, ci sopportassero anche lì, visto che ormai quello era il nostro destino ma sapevamo anche che c'era una parte che ci amava ma che era minoranza e la più umile e che pertanto tutto sarebbe inevitabilmente finito.
Tornavamo allora alla realtà e pensavamo che anche quell'angolo di Paradiso sarebbe stato distrutto. Non ne parlavamo mai ma sapevamo che l’ orda sarebbe arrivata da quella landa arida e pietrosa che ci separava da Medri-Zien; da quella direzione sarebbero venuti perché partivano sempre dai villaggi ove si rifornivano e cercavano consenso ed adesioni dai locali, per le loro imprese. Era quello, per noi, il deserto dei Tartari.
A nulla sarebbero valse la fedeltà dei dipendenti, la stima dei Paesani l'autorità della Chiesa locale ormai spirava un altro vento che preannunciava tempesta!

Cap. IV

Quando la paura è presente anche se si preferisce non parlare delle sue cause, ma si sa che è fondata, tanta ed inevitabile allora diventa angoscia.
Il Presidio della "Fortezza Bastiani" narra Buzzati esorcizzava l' angoscia con i rigidi formalismi militari, con la ferrea disciplina e traeva la forza per superarla dall'attesa dello scontro finale perché ogni soldato, a quella scadenza, avrebbe mostrato il suo valore, il suo coraggio e conseguentemente avrebbe colto la gloria del combattimento estremo.
Noi ragazzi non avevamo tale preparazione, molto più semplicemente esorcizzavamo l'angoscia dell'arrivo dell'orda, di cui non si parlava mai, con le paure stupide, irrazionali che noi stessi molte sere ci
procuravamo. Terrore di una zucca intagliata entro la quale ardeva un lumino o di un finto serpente fatto con foglie di lattuga! terrore vero e contagioso, pur sapendolo infondato e dopo averlo superato e risoci sopra potevamo addormentarci allo spegnimento del generatore d'energia ed in attesa del nuovo sole.
Solo dopo un breve segnale che preannunciava lo spegnimento della luce cessava il rumore del motore per lasciare il posto ai rumori della natura e controllato tutti che fossero a portata di mano candela e fiammiferi, sui comodini, ci si arrendeva ad un sonno catartico.
Alla fine l'orda arrivò, per fortuna in azienda non c'era né Emilio né alcuno dei suoi familiari; terrorizzarono e dispersero i dipendenti locali, razziarono il bestiame e bastò qualche fiammifero o qualche tizzone che, alimentato dal carburante di riserva che trovarono sul posto, trasformò in macerie fumanti quell'angolo di paradiso.
Andarono in fumo, in poche ore, anni ed anni di lavoro e d'impegno. Con quelle fiamme e con quelle folate di fumo salì al cielo anche una parte della nostra vita. Tra il crepitio dei fuochi avrebbero potuto udire - solo se lo avessero voluto- l'eco dei nostri giocosi battibecchi, delle risate, delle nostre canzoni che si consumavano al pari di un'epoca.
Visto lo scempio, Emilio non volle più ritornare in quella sua terra ed il dolore di quella profonda ferita lasciò nel suo cuore un'impronta incancellabile.La stessa sorte toccò, in quegli anni, a molti suoi colleghi e come tutti loro " Vixit sub pectore vulnus ".

Cristoforo BARBERI.

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11/08/2014 16:24 #22880 da Agau-del-Semien
Giacinto chiederò a Cristoforo di risponderti di persona.
Ciao
Agau

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11/08/2014 16:21 #22879 da Giacinto-Matarazzo
IL FANTASMA DI SABERGUMA.
Agau, in merito a questo bel racconto del Barberi, che penso avrai rilevato da qualche suo libro, a parte il fatto che l'argomento fantasma, noi di Massaua lo conoscevamo da tempi remoti, anzi era a volte il racconto principe dei "Vecchi Coloniali".
Per cui ti sarei grato se mi dicessi il titolo del libro e l'editore.
Grazie
Cisi

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11/08/2014 16:09 - 11/08/2014 16:23 #22878 da Agau-del-Semien
Cristoforo in questo suo scritto ci parla di "Emilio". Io desidero aggiungere il suo cognome, Fareri. Un vecchio coloniale speciale. Esperto agricoltore, ha amato l'Eritrea come solo lui era capace di fare. Stimato da tutti gli italiani e benvoluto dalle genti locali.
Lo ricordo con affetto e stima. Ho avuto il piacere e l'onore di conoscerlo e di essere andato a cacciare con lui l'ariel e con un altro vecchio coloniale, Alessio Riva. Quando da ragazzino sentivo parlare Alessio con le genti locali,a Cheren,la sua città, mi faceva un pochetto invidia perchè con estrema facilità passava a parlare dal Bileno al Tigrino, all'arabo, ai dialetti dei Beni Amer, cosi, con grande disinvoltura e capacità. Grazie Emilio, grazie Alessio, avete contribuito a farmi capire e meglio comprendere l'Abissinia.

Capitolo I°
Correva la seconda metà degli anni quaranta, frequentavo le scuole elementari ed ero il penultimo, per età, di quella che diventava un'allegra brigata. Più giovane di me solo una cuginetta, delicata e minuta.

Il ricambio generazionale, delle nostre famiglie, avvenne solo nel mille novecentoquarantasette / quarantotto quando gli uomini tornarono : chi dalla guerra , chi dalla prigionia; con la nascita di molti altri bambini destinati però ad appartenere ad un'altro mondo!
La mia mamma era molto amica della moglie di Emilio e tra le famiglie, tutte di vecchi coloniali, correva da sempre reciproca stima e grande considerazione.
Ma sin dall'inizio del decennio quella Terra -la nostra- era ormai perduta; la nostra Comunità in balia degli eventi. Ma la voglia di fare, di vivere, il desiderio di non abbandonarla erano enormi. Anzi non si voleva neanche ammettere che tutto dovesse finire e ciò comportava il rinsaldarsi di certi vincoli e solidarietà in quanto le ansie e i sentimenti erano, nel nostro piccolo universo, condivisi.
Così, tutti gli anni, alla chiusura delle scuole sapienza esistenziale di donne e generosità di uomini permettevano un periodo di riposo e di spensieratezza con il soggiorno di circa una decade nell'azienda agrico_ la di Emilio : in campagna!
Non si può descrivere la gioia alla partenza, i preparativi e l'organizzazione perché una decina di persone si sostasse dall'Asmara ad Amezin, località ove Emilio tra le altre attività conduceva un'azienda agricola che il suo operato rendeva simile ad uno sperduto angolo di Paradiso.
In realtà si tratta di una località a solo una ventina di chilometri da Asmara ma un po’ isolata e fuori da ogni altro percorso. Ad Amba-Derho, superato il quattordicesimo chilometro della strada per Cheren si girava a sinistra, direzione nord-ovest e si percorrevano altri quattro o cinque chilometri di pista verso Medri-Zien ma senza raggiungerla perchè colà si accedeva per altra via.
Vi era nei pressi solo una cartiera, dei Perrone. Prima di raggiungere il sito si passava a fianco dell'azienda Barbui ove Emilio si fermava, sempre, per salutare il vecchio Patriarca ormai cieco e la sua famiglia e per far loro sapere della sua presenza e durata del soggiorno. La visita ai Perrone la si faceva subito al primo sabato del nostro soggiorno ed era un motivo di gita perché colà si trovava un laghetto dove la muta dei cani, che ci accompagnava festosa sempre, faceva il bagno dando spettacolo.
L'azienda era costituita da una casa colonica con un cortile antistante lastricato recintato da un basso muretto, tutto era tinteggiato a calce bianca così che assumeva un po’ l'aspetto delle antiche "fazende" centro-americane. A fianco, cuore pulsante, vi era un piccolo fabbricato per il generatore d'energia. A qualche centinaio di metri, in direzione nord, si trovava la stalla dei bovini e le casette dei dipendenti eritrei.
In azienda tutto era gradevole e gratificante: clima, paesaggio, popolazione; si godeva degli ortaggi freschi e del latte appena munto e per sino l'odore della stalla era accettabile e parte di quel contesto, non era certo il cattivo odore che sentiamo nei pressi delle stalle indu_ strializzate dove mangimi strani e prodotti farmaceutici lo rendono insopportabile.
A ridosso della casa vi era una ripa scoscesa aspra e rocciosa ma ricca di una vegetazione rustica di arbusti ed erbe folte e dure, ma quando arrivavamo noi si ricopriva di bellissime varietà di fiori multicolori che sbocciavano per effetto della trascorsa stagione delle piccole piogge si esalava un profumo di erbe selvatiche. Ho visto qualcosa di molto simile, ad inizio di primavera, sull'Appennino umbro nei pressi di Colfiorito.
L'area coltivata, ortaggi e frutteto, era attraversata da un fiumetto perenne, uno dei rivi dell'alto corso dell'Anseba che si unisce ad altri per dar corso a quest'ultimo; per attraversarlo, anche con i mezzi, vi era un romantico ponte di legno. Le coltivazioni erano delimitate, ad est, da una serie di collinette brulle sulle quali, al mattino, immobili prendevano il primo sole degli enormi lucertoloni lunghi anche sessanta /
ottanta centimetri che i nostri bravi artigiani trasformavano in pregiati oggetti di pelletteria che erano un'altra delle caratteristiche di Asmara.
Al di là delle collinette un'ampia pianura alluvionale sempre verde costituiva un pascolo naturale, non più di pertinenza dell'azienda ma molto frequentato dalle mandrie dei locali, allo stato brado e da qualche iena. Là incominciai a conoscere l'Eritrea ed amare la sua natura,
a volte cruenta. Vidi, una volta, le iene con ampio giro correre intorno alle mandrie, in pieno giorno, ed i pastorelli terrorizzati riunirsi in gruppo al centro e gridare e battere i bastoni come in una scherma for_ sennata abbandonando le mandrie e con l'intento di spaventare le iene ... ma da lontano. Vidi queste ultime spinte chi sa da quale fame, farsi tracotanti per la mancanza di adulti e di armi, stringere il cerchio isolare un asinello e portarselo via dopo averlo abbattuto. Chi sa nei secoli quante altre volte era accaduto! Vidi per la prima volta un pellicano tanto strano e diverso dagli altri uccelli, degli anatidi e qualche beccaccino. La natura di questi animali, i colori del loro piumaggio erano per me quanto di più bello potesse esistere. La voglia di osservare, di godere di queste creature impossessandosene come può desiderare un bambino mi portavano ad ammirare i cacciatori; un giorno, sognavo, anch'io sarei stato uno di loro. Per questo, nel cortile della casa studiavo un maestro: il gatto domestico "Basciai" che era bravissimo a catturare gli uccellini, a volte anche due per volta quando questi bisticciavano.
Libero e cacciatore! non c'erano per "Basciai" né le crocchette e nemmeno la ciotola; tenuto a stecchetto doveva prendere i topi ma per variare la dieta si avvicinava furtivo ad un cespuglio, l'unico del cortile, vicino al generatore con un passo simile al movimento delle lancette dell'orologio: si muoveva ma pareva fermo, arrivava al cespuglio dal lato più breve quando già si erano appoggiati gli uccelli, sfruttando le più vantaggiose condizioni d'ombra e di luce e dopo un balzo fulmineo "zaffete" e l'uccellino restava irrimediabilmente afferrato dagli artigli.
Tutto intorno ed a nord-ovest, un'immensa pianura sassosa ed arida, un deserto al quale si opponeva l'angolo verde e rigoglioso dell'azienda. Era quest'ultima un piccolo avamposto della nostra civiltà, del nostro
lavoro a fronte del nulla che sovrastava e faceva paura.
Si poteva paragonare, senza irriverenza verso l'autore ed in modo scherzoso,l'azienda come una piccola "Fortezza Bastiani" ed il deserto a quel, lo del capolavoro di Dino Buzzati,con il suo pericolo incombente.
Ormai si sapeva gli "scifta" c'erano ed operavano una battaglia proprio contro gli "avamposti" e si attendeva un attacco proprio da quella landa deserta dove a voler scrutare si vedeva, a volte, solo qualche lepre od istrice.
Capitolo II

II riferimento più certo di questo piccolo mondo, la solida base sulla quale appoggiava era la persona di Emilio, un uomo sulla trentina, forte, in perfetta salute e di grande forza fisica, sempre sorridente, coraggioso e con una voce squillante. Novello sposo sarebbe stato, negli anni a venire, ottimo padre di tre maschietti. Legatissimo alla sua terra, egli la frequentava e coltivava con buoni risultati; nato in Eritrea ne conosceva usi e costumi e parlava la lingua con grande padronanza.
Per queste sue doti egli era ammirato e benvoluto dai suoi dipendenti e dalla gente del posto. La zona poi vantava un gran numero di Cattolici, seppure di rito orientale ed a Medri-Zien vi era una chiesa locale importante dove la domenica si andava a messa.
Gli Eritrei, conoscendolo sin da bambino, lo consideravano perfettamente integrato e padrone della sua terra. Membro del sistema non si sottraeva agli obblighi dei capi-famiglia della zona; tra questi obblighi vi era quello della comunicazione locale che avveniva in un modo tanto caratteristico quanto efficace. In genere i messaggi partivano dal centro più grosso: Medri-Zien e venivano lanciati a voce alta; gli uomini avevano il dovere di ascoltare attentamente e rilanciarli in altra direzione e comunque di propalarli. Arrivato il messaggio ai dipendenti nei pressi della stalla, questi lo ripetevano, spettava poi ad Emilio con la sua possente voce ed in perfetto "tigrigna" lanciarlo al di là delle colline dei lucertoloni. Oggi fa sorridere, allora era una cosa molto seria!
Noi ragazzi poi intrattenevamo rapporti anche con i bambini eritrei figli dei dipendenti, con loro intrattenevamo, in segreto, anche rapporti "commerciali": cambio di lamette da barba usate contro "borgutta”.
Il beneficio era reciproco: a noi piaceva molto questo pane dei poveri e a loro faceva piacere che le loro testoline venissero rapate con le lamette anziché con cocci di vetro; subivano molte meno escoriazioni e veniva meglio anche la sfiziosa crestina di capelli lasciata in centro a quella che restava una lucida palla da boowling.
Questo uomo, sollecitato forse dalle donne della famiglia, ma d'indole generosa raccoglieva, una volta all'anno, una brigata di dieci/dodici persone e con due viaggi di vettura la trasferiva in azienda. Si trattava di alcune donne sposate:sua moglie, la mia mamma ed una sua sorella, quattro signorine ed un giovanotto: le sue cognate ed il cognato, mia sorella ed infine i due più piccini io e la mia cuginetta. Quest'ultima quasi una mascotte, delicata e minuta; durante il viaggio appena superato il forte Baldissera e fatte due curve pativa il moto della vettura; per questo precedevano consulti: chi diceva che dovesse viaggiare a stomaco pieno, chi sosteneva che lo stomaco era meglio fosse vuoto. Pastiglie allora non ce n'erano ed allora un certo rischio lo correvano tutti i viaggiatori di quel viaggio!
Le signorine, per l'epoca, spigliate ed evolute frequentavano già le scuole secondarie e si affacciavano consapevolmente alla vita.
Cristoforo Barberi
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Ultima Modifica: 11/08/2014 16:23 da Agau-del-Semien.

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11/08/2014 16:00 #22877 da Giacinto-Matarazzo
AGAU, interessante la tua esposizione dei tuoi ricordi di "Bottego", sia del carissimo e per me indimenticato Preside Prof. Cesare Milani, nostro insegnate di chimica organica e merceologia e dell'Avv. Maiorani che hai avuto come insegnante di arabo. Ai mei tempi avevamo solo francese, 1° e 2° e inglese 3°,4° e 5° e se non sbaglio i geometri non studiavano lingue. A parte l'amicizia fra lui e mio padre, in quanto usava, con la famiglia, trascorrere periodi di vacanze a Massaua dove avevano una abitazione, io conoscevo e frequentavo la figlia Giuliana, e penso l'avrai conosciuta anche tu, da quanto scrivi,mia coetanea o poco più grande di me.
Cisi

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11/08/2014 12:55 - 11/08/2014 13:54 #22874 da Agau-del-Semien
Oggi desidero ricordare un carissimo insegnante che per anni, dopo i suoi preziosi insegnamenti, mi ha accompagnato nella vita lavorativa.


All’Avvocato Angelo Maiorani

Una mattina,all’inizio del nuovo anno scolastico, entrando nella nostra aula trovammo ad attenderci in compagnia di un altro signore, il Professor Milani, allora preside del Istituto V. Bottego,.
Alcuni giorni prima il Preside ci aveva comunicato che il Consolato Italiano e la Sovrintendenza Scolastica avevano deciso di inserire la lingua araba nel nostro programma. La loro scelta era stata dettata del fatto che molti di noi, raggiunto il diploma, avrebbero trovato lavoro nei paesi della sponda orientale del Mar Rosso, quindi nella penisola arabica o in altri paesi del medio oriente, comunque in paesi di lingua araba.

Il nostro visitatore, di media statura, viso abbronzato, capelli brizzolati, portava un paio di occhiali da vista dalla forma tondeggiante, non comuni in quel periodo. L’abito di color antracite, un doppio petto leggermente teso sullo stomaco era accompagnato da una cravatta color rosso scuro. Nella mano sinistra stringeva una consunta cartella di cuoio marrone.
A prima vista mi sembrò leggermente impacciato e timido. Ascoltò le parole di presentazione di Milani, poi sorrise e lo ringraziò.
Uscito il preside, il nostro nuovo professore ci invitò a sedere e per buoni cinque minuti ci studiò attentamente, uno per uno, forse per memorizzare i nostri visi .
Solo allora potei veder bene i suoi occhi decisi e penetranti.
Poi, aperto il registro di classe, fece l’appello facendoci andare uno alla volta alla cattedra e, ancora una volta, ad ognuno di noi dedicò altri 10 – 15 secondi di intenso studio, quasi volesse immediatamente entrare in noi per capire chi fossimo.

Iniziò parlando delle origini del principale idioma del gruppo delle lingue semitiche, la lingua araba.
Ci descrisse le popolazioni arabe del periodo preislamico e le divisioni in: gruppo settentrionale delle tribù ismailite e gruppo meridionale della tribù qahtanide le quali parlavano rispettivamente, la lingua araba settentrionale e la lingua sud-arabica, piu’ erudita di quella settentrionale e piu’ vicina alla lingua d’Etiopia.
La zona Sud-Occidentale della penisola arabica aveva visto già grandi civiltà coi i regni dei Minei, dei Sabei e degli Himyariti.
Comunque sia, l’Arabia del periodo preislamico era una accozzaglia di tribù bellicose ed ignoranti che vagavano tra le aride steppe, razziando e in costante lotta l’una contro l’altra. Le accomunava soltanto la qasida, ossia quel canto istintivo, spontaneo usato per decantare la vita, la natura selvaggia del paesaggio desertico, la bellezza e le virtù della donna, ma, anche, importante mezzo di comunicazione tra le genti.
La qasida , da dialetto usato dai beduini del Negd, Muhammed la trasforma, la modella, e dal rozzo idioma ne esce uno strumento meraviglioso di filosofia, di scienza, di grande letteratura e mezzo assai completo di teologia. La nuova lingua Muhammed la utilizza per la compilazione del testo sacro, e ne fa la lingua ufficiale della nuova religione.
La classe, che normalmente era indaffarata in tutt’altre faccende, eccezione fatta per i soliti pochi, , aveva seguito l’interessante premessa presentataci dal nostro nuovo insegnante. Il suo modo calmo di parlare, di esporre le cose, ci aveva letteralmente affascinati.
Proseguì dicendoci che comunque il suo corso aveva il solo e fermo intento di portaci in breve tempo a dialogare con persone di lingua araba, e a permetterci di scrivere in modo comprensibile semplici comunicazioni di lavoro e brevi lettere.
Non ci nascose le difficoltà che avremmo incontrato durante il suo corso, in particolare nella pronuncia di alcune lettere delle 28 che compongono l’alfabeto arabo. Ci fece alcuni esempi di suoni laringei e aspirati cosi difficili per noi italiani.
Avrebbe basato il nostro studio sulla lingua parlata con particolare riferimento alla zona del Mar Rosso, consapevole che stava, in parte, rivoluzionando i metodi di studio abitualmente usati, visto che ci avrebbe fatto scrivere la lingua parlata.
Cosi facendo voleva evitarci i disagi e lo sconforto di tutti gli studenti che si erano avvicinati allo studio della lingua regolare scritta e, poi, non essere in grado di scambiare due parole di dialogo.
Ci raccontò di quando, dopo aver frequentato con onore i corsi di lingua araba presso l’ Istituto Orientale di Napoli, e, proposto dallo stesso Istituto quale insegnante, venne inviato a Bengasi, si accorse, con grande disappunto, che non era in grado di capire quello che gli veniva detto.
La lingua araba ha una sua peculiare caratteristica, infatti, nessun arabo scrive come parla e parla come scrive.
Forte delle sue tante esperienze aveva preparato un libro: “Corso Pratico Elementare di Lingua Araba Parlata”, stampato da il Poligrafico S.A. di Asmara.
Ci mostrò la sua copia e ci disse, quasi scusandosi, che aveva fatto del suo meglio per mantenere basso il prezzo di vendita del suo testo e che non avrebbe voluto far spendere dei denari alle nostre famiglie.

Il nostro professore portò spesso in classe amici suoi musulmani per farci sentire ed abituarci alla corretta pronuncia di quei suoni tanto differenti da quelli della nostra lingua.
Con il completamento del primo anno del corso di lingua araba parlata fummo in grado di scambiare semplici frasi con interlocutori di madre lingua e ricorderò sempre il piacere che provai entrando in un negozio di Godaif tenuto da un yemenita. Gli chiesi il prezzo dei datteri esposti alla vendita e contenuti in un sacco di juta, ottenuta la risposta in arabo, ne acquistai per un carro armato (25 cent.), pagai, ringraziai ed usci dal negozio impettito come un corazziere.
Gli sforzi fatti dal nostro professore-avvocato davano i suoi frutti!
Alcuni di noi ebbero anche la fortuna di frequentare il nostro prof. d’arabo anche al di fuori della scuola. L’uomo era un provetto pilota motociclista e possedeva la più bella motocicletta di Asmara. Una Norton Dominator bicilindrica dal rombo possente.
Io potevo contrapporre una modesta Benelli 250 del 1939, altri compagni invece avevano mezzi più moderni. Comunque il fatto non ci impedì di fare delle belle gite sul percorso Asmara-Nefasit-Decamere-Asmara.
Due volte fummo anche invitati a trascorrere qualche giorno nella sua concessione agricola nella valle del Tabò, nella zona di Ghinda.
Dove, solo qualche anno più tardi la mano vile di un bandito della banda di Uoldegrabriel Mosasghì lo uccise gettandogli addosso una bomba a mano, ben sapendo che, se lo avessero affrontato lealmente, a viso a aperto, da veri uomini, li avrebbe fatti scappare come dei conigli.

Più di una volta mi sono riproposto di scrivere alcune righe sull’ avv. Angelo Maiorani, persona che ho stimato moltissimo e della quale serbo un caro ricordo. Poi, però ho sempre abbandonato l’idea perché timoroso di non essere capace di mettere in piena luce, l’italianità, la signorilità e l’umanità che lo contraddistinguevano.
Non mi e’ stato facile parlare di un uomo mite, tollerante e a volte timido ma, forte e coraggioso che partecipò all’ultima carica a cavallo della storia coloniale quando, durante la difesa di Keru contro il 144.mo Field Regiment , le bombe a mano e le sciabole italiane si opposero eroicamente alle mitragliatrici Bren dei soldati britannici e dei loro sinistri mercenari.

Dopo il diploma, la vita mi ha portato a calcare le sabbie di molti paesi arabi dell’Africa e del medio oriente. Dalla Libia all’Oman, dallo Yemen all’Iraq, al Libano ed ogni volta che ho iniziato un nuovo cantiere, il primo mio pensiero e’ andato a quel bravissimo insegnante di lingua araba che mi aveva guidato e prendendomi per mano mi aveva fatto salire i primi gradini verso la conoscenza di una delle più belle, precise e complete lingue del mondo.
Ancora adesso, con i pochi capelli bianchi che mi sono rimasti, quando uso la mia Ducati, la prima accelerata di motore è per il Soldato del Gruppo Bande Amara a cavallo che tanto amava le motociclette e, caro Angelo, mi scuserai se ora, un tuo ex alunno ti chiama per nome e ti vuole salutare dicendoti : Riposa in pace nel paradiso degli Eroi, tu che avevi nel petto il cuore di un leone.
Agau
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Ultima Modifica: 11/08/2014 13:54 da Agau-del-Semien.

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