Un altro ricordo si presenta:

Si affaccia alla mia mente un altro ricordo di Asmara chiaro nei particolari e nitido ai miei occhi come un film di recente ripresa: Una mattina di tanti anni fa, all’incirca 1943/44, si sentono degli spari abbastanza vicini e nelle strade del centro un gran fuggi fuggi, che succede?
Si viene a sapere che al villaggio di Abbasciaul alcuni soldati di colore appartenenti alla truppa inglese ( sudanesi per l’esattezza) armati e ubriachi fradici sono venuti a diverbio con alcuni eritrei che avevano preso le difese delle ragazze che in quel vi0llaggio svolgevano il mestiere più antico del mondo… ed esigevano rispetto.
I soldati rincorrevano qualsiasi eritreo sparando a vista ferendo e uccidendo anche chi con la vicenda non c’entrava per niente.
All’epoca mio padre gestiva un bar sito in fondo alla discesa di viale Crispi davanti al palazzo della P. A.I.
Giovani eritrei entravano impauriti e mio padre li nascondeva sotto il bancone per farli poi scappare dal retro, ne salvò parecchi e mentre la sparatoria andava avanti nessuna autorità si occupò di mettere ordine fino a che finalmente il comandante la caserma Mussolini (questo il nome della caserma in pieno centro) fece uscire le camionette munite di megafoni con i quali invitavano alla calma poiché i responsabili di tutto ciò erano stati catturati e di fatti si videro alcuni soldati ammanettati e messi bene in vista sui cassoni di una fila di camion i cui autisti avevano ordine di portare il carico in un luogo a noi sconosciuto dove i colpevoli sarebbero stati oggetto di regolare processo con conseguente pena da scontare.

Gli animi si placarono ma dell’accaduto nessuno ne parlò mai più! Gli italiani cominciavano a non sentirsi più sicuri in Eritrea, il lavoro scarseggiava e un altro pericolo incombeva: gli sciftà… banditi che cominciarono col saccheggiare le concessioni del bassopiano poi le auto in transito sulla Asmara Keren in fine nemmeno in città c’era più sicurezza.
Qual era l’intento dei nuovi padroni?
Era quello di promuovere un esodo volontario di tutti gli italiani in Abissinia. Molti connazionali mossero verso lo Yemen, più tardi anche giovanissimi appena diplomati all’Istituto Bottego presero la strada dell’Arabia Saudita.
In Asmara si parlava spesso di Gedda, Rastanura, nomi, solo nomi di località dove lavorando sodo e con perseveranza si poteva metter da parte un gruzzolo sufficiente per raggiungere altri lidi come ad esempio il Sud Africa o l’Australia o l’America Latina.

Altri come la mia famiglia che in Italia avevano ancora di che poter vivere aspettarono con tristezza il rimpatrio.
Ognuno seguì la propria strada tanto da “sparpagliarsi” per il mondo, finché il nostro Marcello non arrivò a tendere quel filo magico che ci riunì con le pagine del suo giornale!
Ora sulla panchina all’ombra degli eucalipti, rivivo momenti mai dimenticati, anzi mi viene in mente un momento criticabile a carico di una sedicenne e una diciannovenne: Wania e Marisa, eravamo grandi abbastanza per capire quanto la nostra richiesta fosse assurda:

Chiedemmo di essere lasciate in collegio presso le Suore Comboniane almeno fino alla fine dei nostri studi.
L’argomento si chiuse con un secco diniego e non occorrevano spiegazioni Dividere ancora una volta la famiglia…. Una famiglia unita come la nostra, ma dove avevamo il cervello? Per nostra fortuna i genitori non ne fecero un dramma.
Chiusero per sempre l’argomento con un “ non se ne parliamo neanche.”
Ora ne posso parlare e chiedere scusa per aver fatto una richiesta quanto mai assurda e di una insensibilità inqualificabile. Sono una madre e se i miei figli mi facessero una richiesta del genere come ci resterei?
Non c’è commento, ci vuole solo un po’ di comprensione.
Buona domenica e a più tardi in Cattedrale.


29 maggio 2016

Marisa Masini