Adesso provo a scrivere qualche ricordo della mia Africa, ad esempio 

L’INVASIONE DELLE CAVALLETTE             

Mentre meno te lo aspetti, senti nell’aria un ronzio particolare e ti appare in lontananza una nuvola scura, bassa che si avvicina sempre più, e se per caso ti trovi nel suo percorso d’invasione, ti vedi addosso locuste appiccicate e mezze tramortite, sulla strada si formano due scie causate  dal passaggio delle auto che volere o no le schiacciano e le lasciano lì sotto forma di poltiglia giallastra mista a terra rossa… sono impressioni che non si dimenticano, ma che nel ricordarle provi disgusto, nel viverle, solo curiosità e meraviglia.

Questo ciò che ho provato e provo io, alcuni miei compagni, all’epoca non uscivano di casa durante il periodo in cui si  verificavano certi fenomeni, eppure avevano la mia stessa età quindi dovevano essere come me curiosi e pieni di coraggio… A questo spettacolo ne seguiva un altro molto particolare, almeno per noi europei: ai bordi della strada si formavano gruppetti di arabi che riuniti attorno ad un fuoco improvvisato e di breve durata, infilavano le locuste in uno stecchino a mo’ di spiedo, lo passavano sulle fiamme, e allegramente ingurgitavano i prelibati bocconcini, proprio come facciamo noi europei con i golosi spiedini, magari di maiale! Pare che le suddette locuste diano un apporto notevole di vitamine al corpo umano, sarà, ma io credo piuttosto che sia un modo per esorcizzare una delle dieci  piaghe d’Egitto. Le conseguenze di tale invasione sono drammatiche perché dopo il passaggio di questi insetti, tutto ciò che è verdura sparisce in un batter d’occhio creando carestia e desolazione.

E a proposito di carestia, ricordiamo la siccità che purtroppo in Africa ha i suoi nefandi ricorsi.

Le piogge, hanno ritmi ben precisi, quando tutto rientra nella normalità, piove da marzo a settembre suddividendo la stagione delle piogge in due periodi di tre mesi in tre mesi, dette piccole e grandi piogge non per la quantità d’acqua che scende dal cielo,ma per la durata del fenomeno pioggia, infatti ogni giorno piove sempre anticipando quotidianamente l’inizio della caduta d’acqua e facendo durare il fenomeno, ogni giorno un po’ di più, fino a farlo durare circa mezz’ora, dopo di che nel cielo compare un arcobaleno smagliante, il sole torna a brillare e la vegetazione luccica ripulita dalla polvere, le gemme spuntano e così i fiori con i colori forti propri della zona equatoriale. Le grandi piogge seguono gli stessi  ritmi, solo che piove più a lungo. La grandine non è molto frequente, ma quando arriva fa paura, scendono dal cielo chicchi così grossi da sembrare noci e con una tale violenza da procurare danni ingenti. In Africa tutto è violento ed esagerato: i colori, i profumi, i sapori.

A proposito di sapori mi viene in mente il piatto tradizionale Eritreo, lo zighinì e per fingere di gustarlo, voglio scrivere la ricetta e il modo con cui gli indigeni lo consumano: si affettano le cipolle (sciugurtì) calcoliamo una quantità di zighinì per tre persone, tre cipolle piccole, si fanno rosolare nel burro ( in Eritrea non ci sono ulivi quindi niente olio nei loro cibi, non si usa assolutamente la carne di maiale, non la possono nemmeno toccare per cui niente strutto) il suddetto burro deve essere rancido perché secondo loro quando il burro è rancido, contiene proprietà nutritive che quello fresco non ha, si aggiungono tre cucchiaini di berberè (polvere rossa a base di peperoncino piccante al quale si unisce il pomodoro essiccato e reso polvere, e altre radici piccanti, il suddetto berberè è composto da circa una decina di ingredienti) si può usare anche il composto in pasta dllt (non so bene come si possa scrivere una parola così difficile) si aggiunge   mezzo chilo di carne tagliata a pezzetti piccoli, gli indigeni usano molto la carne di montone, manzo o pollo o pesce e ci fanno cuocere insieme anche le interiora dell’animale ( io questo ingrediente lo  salto a piè pari) salare q.b. lasciare cuocere per parecchio, di solito fino a che le cipolle non si sono completamente disfatte, aggiungere un po’ di salsa di pomodoro e sempre  acqua per far sì che il sugo sia liquido e abbondante. Sempre gli indigeni più tradizionalisti, fanno assodare tre uova insieme allo zighinì con tutto il guscio che poi sbucciano, ovviamente. (io le uova le faccio sode nell’acqua, e poi le aggiungo sbucciate, al composto)
Lo zighinì fa parte dei riti dell’Africa, per cui va cotto nell’apposita pentola, il(tsahalì). Quando  lo zighinì  è cotto, va adagiato sulla tradizionale  “angera” che si presenta come una specie di crep, i cui ingredienti sono acqua e farina di “taff”(tipo di granaglia che cresce in Africa e molto usata). Possiamo dire che è il loro pane, infatti la parola pane non esiste nemmeno nel loro corrente vocabolario, per indicare il nostro pane hanno coniato il vocabolo “bani”.


L’angera viene posata su un grande cestino, all’interno del quale si conservano i cibi, il coperchio è formato da una specie di piatto-vassoio(l’oggetto si chiama  mosob) un’angera intera si poggia su questo piatto e in fine si stende lo zighinì fumante, si  aggiungono le uova sode e si pone il vassoio sul desco, il quale desco è quasi sempre posato a terra o leggermente rialzato, i commensali si “accovacciano” attorno ( hanno un modo particolare di sedersi che è simile a uno stare in equilibrio sui calcagni e parte della pianta del piede…non ho mai capito come possa essere comoda la posizione!) ognuno ha davanti a sé uno spicchio di zighinì che preleverà con le mani, servendosi di un pezzetto di angera che viene servita a parte, già tagliata, pronta per l’operazione.
Si mangia categoricamente con le mani, ma sempre con stile, il loro galateo prevede movimenti lenti e precisi, con le prime tre dita della mano, aiutandosi con il pezzetto di angera, estraggono dal piatto un bocconcino di zighinì e lo mangiano, non si sporcano assolutamente, come invece succederebbe a noi se per magiare non usassimo le posate.
Comunque l’ospite non deve chiedere posate. A fine pranzo passa una gentile fanciulla con una vaschetta contenente acqua e qualche petalo di fiore profumato, si sfiora l’acqua con le dita che passano poi su una pezzuola che ti porge la stessa fanciulla, questo avviene nelle comunità di un certo rango, o perlomeno di fronte all’ospite come è capitato a me. Si beve il “miess”un distillato molto forte un po’ schiumoso dal sapore aggressivo (assomiglia alla nostra birra), servito in bicchieri alti e di alluminio. Perché di alluminio non lo so, forse per mantenere la temperatura della bevanda?

Il caffè  è una bevanda che appartiene a un cerimoniale tutto speciale, un vero e proprio rito che richiede tempi lunghi: oltre le due ore! Gli Abissini hanno un detto che non li smentisce mai: in Africa manchiamo di tutto, quello di cui abbondiamo è il tempo!

Quando si invita un ospite per il caffè, si incomincia a preparare il luogo dove si intende ricevere. Le abitazioni dei comuni villaggi, hanno pavimenti di terra battuta, per  renderli più accoglienti, si ricoprono con foglie di palma, (foglie a ventaglio, per intenderci) cuscini attorno verso i muri, al centro della stanza il fornello a carbone, già acceso. La cerimonia ha inizio: la padrona di casa mostra agli ospiti un cestino contenente chicchi di caffè di colore chiaro, li verserà sulla piastra calda per la tostatura, quando i chicchi cominciano a imbrunirsi nella stanza si diffonde un piacevole profumo di caffè dal quale si sprigiona un fumo altrettanto piacevole, a tostatura avvenuta la “signora” toglie dal fuoco la piastra fumante (poggiata su un apposito supporto) e passa davanti agli ospiti con grazia e sempre lentamente (tanto il tempo non manca) perché possano deliziare il loro senso dell’olfatto.
Fatto questo si passano i chicchi nell’apposito pestello e si comincia a “macinare.”Tempo ne abbiamo, intanto si conversa, si socializza, ci si rilassa, mentre sul fuoco c’è una cuccuma (“gebena”) con l’acqua,(“mai”) e quando questa bolle ci si versa dentro la polvere di caffè. La cuccuma è fatta a forma di cipolla col collo stretto e lungo, sull’imboccatura si pone un tappo che altro non è che un ciuffo di crine di cavallo, più facile che sia crine di coda d’asino, il fedele e comunissimo aiutante dell’uomo eritreo l’ “arghì” utilizzato nei campi, nel trasporto merci, nei viaggi, nel  nostro  caso, una parte dell’arghì serve da filtro per la preziosa bevanda, ancora un po’ di tempo e si passa alla  prima operazione si sciacquano le tazzine in presenza degli ospiti, le tazzine sono senza manico, sono le “fingial,” anche in Giappone usano le tazzine senza manico, e c’è un modo particolare di tenerle in mano.
Torniamo alle fingial, una volta sciacquate, si getta l’acqua per terra, così si rinfresca l’ambiente intanto il caffè è pronto e si comincia a versarlo; anche qui c’è da osservare un cerimoniale, si comincia a versare tenendo la cuccuma vicino alla tazzina, poi si alza fino a che il getto non produce  schiuma, si riabbassa e si rialza per tre volte.. anche il caffè si serve per tre volte, rifiutare è decisamente sconveniente, il numero tre è il numero perfetto e va rispettato.
(Mi viene in mente che anche il saluto rispetta il numero  tre, si bacia una guancia, poi l’altra e di nuovo la prima, il saluto fra donne, fra uomini si battono spalla contro spalla sempre per tre volte.) Intanto, tornando al cerimoniale del caffè sono trascorse anche più di due ore, il cerimoniale è terminato e così il caffè non innervosisce, anzi rilassa.  Stessa procedura per il tè (ciai) salvo la tostatura e il procedimento di macinazione.

Ultimamente ho assistito alla giornata ecologica, ovvero la giornata che ricorda come la città deve essere tenuta pulita e in ordine: sui muri, grandi manifesti raffiguranti operatori ecologici con tanto di mascherina e muniti di attrezzi per la pulizia delle strade, invitano la popolazione a spazzare davanti casa, naturalmente coloro che sono nella condizione di poterlo fare, altrimenti l’incombenza passa all’addetto operatore.
Lo spettacolo più interessante è dato dal metodo usato per l’esecuzione: : Mi trovavo nel viale principale, quello che ai miei tempi era denominato viale Mussolini, il viale della cattedrale, tanto per intenderci, due autobotti cariche di acqua, partono una da cima e una dal fondo del viale, a metà percorso si incontrano e da una distanza abbastanza ravvicinata, incrociano nell’aria due fortissimi getti d’acqua che oltre a lavare palme, marciapiedi e strade, lavano anche i passanti curiosi che stanno a guardare queste grandi manovre. In verità sembra di assistere a un assalto bellico dovuto ai manovratori del getto appollaiati sull’autobotte in tuta mimetica con tanto di copricapo in atteggiamento di impugnare il tubo dell’acqua a mò di fucile.
La scena è particolare, efficiente perché così si ottiene la pulizia della strada e spettacolare nello stesso tempo, come si conviene da quelle parti, dove tutto è forte e di grande impatto per chi assiste  Peccato però che il giorno seguente le strade si ripresentino come prima dell’operazione spettacolare, ma c’è un suo perché e lo spiego: un giorno mi sono recata all’ufficio postale verso l’ora di chiusura e noto il pavimento quasi coperto da carta straccia, contorni dentellati dei francobolli e altre cartine appallottolate e gettate a terra, negli angoli i soliti cestini raccogli carta, vuoti… mi sono meravigliata tanto che mi sono rivolta a un amico eritreo che ormai da anni incontravo sempre nei pressi , persona gentile che parlava molto bene la nostra lingua con la quale si poteva esprimere tranquillamente il proprio pensiero ed ottenere una risposta esauriente ed ho chiesto come mai non si rispettasse l’uso dei cestini per la carta straccia, e lui quasi meravigliato risponde: non lo sai che ogni sera alla chiusura vengono le donne della pulizia e se trovano tutto a posto cosa vengono a fare?
La risposta non fa una piega, se vogliamo è logica, basta pensare che apparteniamo a culture diverse, mentalità diverse, e quando si parla di culture diverse non si deve pensare all’alfabetizzazione ci sono tra loro fior di laureati in Europa, in America o altrove, che si comportano ancora così perché seguono le tradizioni per rispetto del passato.
Infatti tutte le mattine l’ufficio postale è pulito,nelle strade ci sono le donne addette alle pulizie con tanto di attrezzi per la bisogna…altro particolare che mi viene in mente, l’Eritreo in genere lavora volentieri in gruppo e lavora bene se ha un dirigente da seguire infatti di prima mattina vedi sulle strade le  addette alle pulizie ognuna di fronte al proprio spazio assegnatole, e poi piano piano le vedi raggruppate intorno al raccoglitore che con tutta calma se la raccontano e muovono gli attrezzi per dare più colore ai loro “gossip”.
Altro particolare è che in Eritrea e penso in Africa in generale, gli escrementi di qualsiasi natura siano, vanno affidati alla terra affinché il sole li secchi, la pioggia li lavi e li porti ai fiumi o ai mari, in modo da dare nuovamente inizio al ciclo della vita….

La legge di Lavoisier conferma il principio! Le strade però con questo sistema sono costellate di tappi corona perché gettando a terra qualsiasi cosa, il tappo corona non si essicca al sole, non si decompone ma si fissa nell’asfalto sotto il sole cocente del mezzogiorno e nessuno lo toglie più di lì.
Diciamo pure che il suddetto tappo lo abbiamo introdotto noi con le nostre bibite, ma non siamo stati capaci di inculcare  il dovuto discernimento tra materia e materia. Una volta sia uomini che donne si accompagnavano nel lavoro con canti che si levavano nell’aria diffondendo gioia e vivacità, ora non cantano più, è anche vero che oggi c’è poco da cantare per tutti!

L’infibulazione è un’operazione tremenda, contro natura, barbara e disumana, condannata da tutto l’occidente e non solo, eppure ancora persiste questa pratica a dir poco oscena!  Sempre questione di tradizioni anche per coloro che studiando e viaggiando si sono evoluti, a volte la tradizione vince. Ormai è una piaga nota in tutto il mondo ma non ancora debellata. Sempre per restare in tema di tradizioni

Altra tradizione: gli abissini non mangiano carne di maiale, nemmeno la possono toccare, e questo dipende da un loro precetto religioso che non ha niente a che vedere con l’Islam. Che pure osserva questo precetto, in Abissinia, la popolazione è in maggioranza di religione Cristiano Copta, vale a dire che non dipendono dal Papa, sommo Pontefice che risiede a Roma, bensì dal loro Patriarca che risiede in Alessandria d’Egitto. La differenza più grande fra l’ordinamento religioso nostro e il loro, è che i preti Copti ( i Cascì) si possono sposare e tramandare ai figli l’investitura (la vocazione non c’entra) una volta vedovi però non si possono più risposare.
Altre particolarità li differenziano dal nostro ordinamento ma fondamentalmente rispettano la cristianità venerando Cristo e la Madonna (Crhistòs e Mariàm) e i vari santi. Le loro cerimonie sono molto più sontuose delle nostre, più spettacolari, loro pregano con lo spirito accompagnandolo con gestualità ben precise, prostrazioni di tutto il corpo col quale accompagnano sempre ogni intimo pensiero. Questo particolare, oltre all’evidenza, me lo ha fatto notare un giovane antropologo incontrato a Barentù in occasione di un invito ricevuto dall’allora Eparca della zona, assegnato in quel distretto dopo essere stato per tanti anni Vescovo di Asmara nella bella e indimenticabile nostra cattedrale cristiana: Mon Signor Luca Milesi, il compianto e saggio Sacerdote amato e stimato da tutti, soprattutto dai suoi Cunama ,  la popolazione che prediligeva stimava, amava e dalla quale era corrisposto.
Mon Signor Milesi parlava correntemente la loro lingua, soddisfaceva le loro esigenze comprendendoli, assecondandoli e anche illuminandoli come spetta ad ogni Missionario degno dell’incarico. Il suo funerale è stato sontuoso, rispettoso e sentito, soprattutto da questa popolazione del basso piano Eritreo.
Non ero presente ma ne ho raccolta l’eco e la descrizione di chi ha vissuto il triste evento. Mi sembra di vederlo il corteo funebre accompagnato da canti sommessi, dai lamenti che esprimono dolore, il suono dei coborò (i grossi tamburi che rimbombano nelle Chiese Copte durante le cerimonie religiose particolarmente importanti) tanti colori, sono i vestiti della festa che indossano per rispetto i partecipanti al corteo, sono tanti i monili di cui le donne si ornano, tutto per l’ultimo saluto al loro Padre,benefattore, amico.

Marisa Masini

 


 

Faccio un salto brusco nel tempo e nell’atmosfera d’ambiente.

VACANZE DI NATALE 1947 MASSAWA

Mia sorella Lulù ed io eravamo ospiti di una famiglia amica dei miei genitori, i signori Ramazzotti che abitavano a Gherar. Località balneare sempre a Massaua, meno rinomata della spiaggia di Gurgussum, o del lido del famoso albergo C.I.A.A.O. ( compagnia italiana alberghiera Africa orientale) La moglie si chiamava Margherita, giovane, gentile, mamma di due maschietti piccoli, Bebo e Ampelio, questo nome lo ricordo perché lo trovavo e lo trovo tuttora buffo, o per lo meno inusuale, il nome del padrone di casa invece non lo ricordo, ho solo ben presente che il signor Ramazzotti aveva un occhio color azzurro e l’altro marrone, era davvero un fenomeno. La spiaggia era costituita da un pontile di legno con una scaletta che portava all’acqua subito alta, ragion per cui noi per sicurezza scendevamo in mare munite di una tavoletta anche questa di legno e con prudenza la lasciavamo quando ci sentivamo sicure.
Ci siamo divertite come matte. Un po’ spericolate e incoscienti? Macché solo molto giovani e temprate dall’Africa! I pesci cani? E chi li ha mai visti, eppure in quei mari ci sono, ma non per noi

Quello che ricordo con gioia, è stata la visita fatta a un principe arabo che aveva collocato la sua tenda nel deserto Dancalo, a poca distanza da Massaua.
Evidentemente il principe era un nomade, niente di strano per gli africani e per i loro usi e costumi, ma per noi europei, e ragazzini avvezzi a trovare situazioni del genere solo nelle favole e nei libri d’avventura, il fatto aveva dell’eccezionale, una vera e propria avventura! La mattina presto ci preparammo per il viaggio a bordo di un auto attrezzata come si conveniva ma ahimé, in Africa è molto frequente “insabbiarsi”anche lungo le piste segnalate, con autisti esperti e attrezzature adeguate e così toccò anche a noi…niente paura, la cosa si risolveva sempre per il meglio, e così fu anche in quell’occasione Di solito c’è sempre al seguito di chi si avventura, un’anima pia addetta all’aiuto…di fatti un ragazzino partì immediatamente e di lì a poco ci vennero incontro due navi del deserto, due cammelli, anzi dromedari, in Africa la nave del deserto è costituita da splendidi dromedari, i cammelli si trovano in Asia, dico splendidi perché sono animali dall’incedere regale, fiutano l’aria e procedono con sicurezza e solennità infondendo un senso di tranquillità e pace.
L’avventura aveva inizio e la nostra emozione era all’apice, niente paura né sgomento, eravamo nel bel mezzo di un’avventura inaspettata, i dromedari già li conoscevamo da prima della guerra, quando andavamo a caccia con papà (bei tempi, bei ricordi, straordinarie emozioni anche allora) Raggiungemmo la tenda che altro non era che un villaggio in miniatura, dotato di artigiani solerti pronti a qualsiasi richiesta del regale viaggiatore, uno stuolo di ragazzini servitù e animali da latte e da nutrimento.
Il principe un cordiale arabo come a Massaua se ne vedono tanti, più che in Asmara, il suo nome lo ricordo molto bene, era Mohamed Alì Batok (almeno così si pronuncia, come va scritto non lo so) il suo aspetto elegante nel suo camicione (mi sfugge il termine) e l’immancabile turbante. La tenda arredata con tanti cuscini per terra, aveva l’aspetto di una stanza, un po’ particolare, ma niente di più. Ricordo cesti di frutta esotica e l’assoluta assenza di donne e bambini al desco. Io all’epoca mangiavo pochissimo, sarà per questa ragione che non ricordo niente dei cibi offertici.

Questa per me è stata l’ultima avventura africana prima del nostro rimpatrio, che ricordo con piacere e soddisfazione. L’Africa rimane nel cuore soprattutto per le forti avventure, per la vita intensa che ti offre a contatto con la natura, e nello stesso tempo non è avara di comodità e conforto costruito dall’ITALIANO IN AFRICA.
Non dimentichiamo mai i particolari impegni e sacrifici dei pionieri, il particolare spirito di adattamento dei primi coloniali e il vivace usufruire di coloro che sono arrivati dopo e che hanno contribuito a fare dell’ex Impero un angolo di paradiso per la convivenza di connazionali che ancora si sentono appartenenti ad una grande famiglia.”Gli affetti dal mal d’Africa” Il mal d’Africa non si può descrivere, è un insieme di tutto ciò che l’europeo prova vivendo in quel clima, delle sensazioni che prova ammirando la natura ora selvaggia ora delicata, i colori, i sapori i profumi che solo l’Africa offre a chi la raggiunge ed è in grado di capirla.
Finiamola  con i luoghi comuni:di tipo”dell’ Africa si rimpiange lo schiavo”, detto volgarmente il servo e non si nota quanta devozione c’era negli occhi di coloro che prestavano servizio presso i bianchi certo il bianco doveva comportarsi da vero signore… ma allora dove sta il nocciolo della faccenda solo in superficie o si può andare un po’ più affondo?

Cogliere in ciò che ti circonda solo il fatto di godere del personale di servizio che in patria non ti saresti mai potuto permettere, può essere un motivo di rimpianto, ma da qui a farne “un mal d’Africa” ce ne  vuole di fantasia, di superficialità e di ristrettezza mentale…mi dispiace, ma questo è il mio pensiero. Dico per inciso, ma solo per inciso e per far capire meglio ai miei figli il mio stato d’animo, che noi siamo partiti dall’Italia con al nostro seguito, la nostra Tata, che ci ha seguiti sempre fino al suo ultimo respiro! Cara Nella tu che dall’aldilà ci vedi e ci proteggi, lo sai bene e chissà come sorridi a tante stupidaggini che si generalizzano con tanta leggerezza Una seconda Tata c’è stata, ed era “la Mària” la fidatissima tata Eritrea che prima affiancava la nostra Nella e che l’ha sostituita quando Nella si è sposata.

La  Mària con l’accento sulla prima “a” perché così lei pronunciava il nome Italiano che la mia mamma le aveva dato; all’epoca le Eritree che venivano a servizio nelle case dei bianchi, venivano chiamate tutte “ Letté” o Leté ma quando la mamma ha saputo che leté in Italiano vuol dire “serva” ha voluto dare un altro nome alla ragazza (purtroppo devo ammettere che non tutti i nostri connazionali avevano questa sensibilità.) La nostra Maria aveva un figlio che aveva circa l’età che all’epoca aveva il mio fratellino Mario,  detto Bubi che la Mària chiamava la “Bubina.”Non passò molto tempo e Maria chiese alla mia mamma di poter portare con sé il figlioletto Abrahà, permesso accordato e i due bambini divennero amici inseparabili.
Abrahà era vispo, sveglio, intelligente, con due occhioni che solo i bambini Eritrei hanno, imparò presto l’Italiano da Bubi, naturalmente con la pronuncia di un bambino di poco più di un anno quale era mio fratello.
Insieme a loro il fidatissimo Jolly, uno spinone grigio affettuoso e premuroso(se così si può dire di un cane ) tanto era attento ai due bambini da considerarlo una guardia del corpo. Al terzetto si univa  Antonietta, la tartaruga gigante in grado di trasportare sulla sua corazza uno per volta i due bambini armati di retino per andare a caccia di farfalle. Abrahà apriva la battuta di caccia con gli avvistamenti, per altro frequentissimi. E gridava: faffallina bianca e partivano alla carica. In Africa si vedevano tutti i giorni tantissime farfalle e non solo bianche, ma variopinte e di dimensioni molto grandi, spettacolo di gioia per grandi e piccini. Le giornate trascorrevano con gioia e divertimenti per noi bambini, e con tranquillità per i nostri genitori.
Il sonnellino pomeridiano era obbligatorio per evitare il sole troppo forte ma mia sorella ed io eravamo grandicelle e non riuscivamo a dormire, stare a letto ci sembrava proprio una perdita di tempo e di gioco per cui una volta sicure che la mamma dormisse, scappavamo dalla finestra e pur rimanendo nello spazio recintato ci mettevamo a giocare all’aperto, ci sembrava già un’avventura eludere la sorveglianza….a caccia di camaleonti che trovavamo in giardino e posavamo sulle corolle di fiori colorati per assistere al cambiamento di colore della pelle dell’animale  il quale infastidito cominciava a soffiare, allora lo portavamo vicino a qualche ramo al quale l’animaletto si avvinghiava con la coda e rimaneva fermo a caccia di insetti che risucchiava con grande abilità con una lingua sottile e lunghissima. Confesso che adesso se vedessi un camaleonte non solo non lo sfiorerei  proprio,  mi allontanerei di corsa impaurita e anche un po’ schifata!

Poco lontano da casa nostra, dopo le piogge, si formava un laghetto nel quale abbondavano rane e girini, noi e i nostri amichetti eravamo attratti dall’idea di andare a pesca, catturare i girini e portarli a casa e collocarli in un grande recipiente con l’acqua per assistere alla metamorfosi del girino in rana.
In un batter d’occhio ci organizzammo per la battuta di pesca: i nostri amici erano già fuori il recinto che teneva prigioniere me e mia sorella, il cancello era chiuso a chiave e la rete non presentava vie d’uscita… idea geniale, bastava scavare un po’ sotto la rete, alzarla,  infilarcisi sotto e uscire carponi ma come scavare?
Facile, con l’aiuto di Jolly, il quale si divertiva un mondo a scavare buche anche dove non doveva, per esempio in giardino… ma al nostro comando il gioco era facile e redditizio, la prima uscita andò bene e ci divertimmo un mondo! Non ci bastava la pesca a riva, volevamo andare in mezzo al laghetto, credendo di pescare chissà che, ma come fare? Senza pensare al pericolo,ci venne in mente di munirci di stivali da pioggia ma anche qui si presentò subito un inconveniente, i più piccoli, mia sorella in testa, avevano stivali appena sopra la caviglia per cui si riempivano subito d’acqua, la cosa li faceva piangere e rovinare la battuta. Bisognava trovare una zattera! Trovammo un coperchio di baule… ma come si poteva pensare di galleggiare con un coperchio di un vecchio baule? Comunque noi partimmo con retini e coperchio.. ma per fortuna qualcuno che ci osservava da tempo, ci fermò ed avvisò i genitori che naturalmente presero provvedimenti.
Intanto i girini che erano arrivati nel nostro allevamento morivano tutti con nostro grande dispiacere ma con la consolazione dei nostri genitori che ci hanno sempre spiegato il perché dei nostri insuccessi, la pericolosità di certe azioni ecc. ma si sa, da piccoli la fantasia è fervida e bisogna anche assecondarla.

Pensando ai camaleonti mi vengono in mente i “gechi” Ci trovavamo in Piana Dalah un luogo dove ci eravamo accampati per sfuggire ai bombardamenti, era il primo anno di guerra, Asmara non era munita di rifugi anti aerei per di più noi abitavamo vicino alla stazione ferroviaria ritenuto obiettivo pericoloso

Scappammo in questo luogo disabitato e lontano da qualsiasi bersaglio, ma per prudenza, la notte si andava a dormire in quei cunicoli che passano sotto la strada per far defluire l’acqua piovana trovandosi la strada ai piedi della montagna Queste gallerie erano diventate la nostra camera da letto .infatti avevamo sistemato delle” anghireb” ovvero brande che usano in Eritrea, in queste gallerie e lì trascorrevamo la notte. L’anghireb è formata da un telaio di legno ricavato da rami robusti di un certo albero di cui mi sfugge il nome,  l’intelaiatura è formata da strisce di pelle di animale, sapientemente intrecciate in modo da renderle un po’ elastiche  così non sono necessari i materassi, e il traforo del giaciglio lascia libertà alla sudorazione, basta un lenzuolo nel quale avvolgerti e sdraiarti. L’anghireb è usata molto nel bassopiano dove le notti non sono fresche come in Asmara.
Le quattro gambe di questo “letto”erano infilate in quattro barattoli pieni d’acqua per scongiurare l’assalto delle formiche rosse, insetti pericolosi e portatori di malattie.
I gechi però avevano libero accesso, in fondo eravamo  andati noi  nel loro territorio…quelli non erano ben visti ma tollerati! Molte volte gli animali si staccavano dalla volta del soffitto e potevano benissimo capitare sui nostri giacigli, per cui era bene addormentarsi completamente coperti dal lenzuolo ricordando adesso questi episodi provo uno strano effetto, quasi da non credere a ciò che ho passato e che rimpiango tanto. A proposito di lenzuolo, quel grande scialle  con cui le donne si coprono spalle e testa, la “futa”costituita da una tela dalla trama di una fitta garza, la usano anche gli uomini, in versione maschile si chiama “ sciamma”, loro si coprono fino agli occhi per ripararsi dalla  polvere che in Africa imperversa, ma  ho sentito dire che ha anche un’altra funzione e cioè, serve loro per non sentire l’odore che l’uomo bianco emana! Può sembrare inaudito ma è così, noi per loro “puzziamo” di morto, e loro per noi?...male odorano!
Aneddoti più o meno discutibili, l’Africa è un continente speciale, misterioso, affascinante non si può dimenticare facilmente. Infatti il “mal d’Africa” l’uomo bianco lo cura ma non per debellarlo come si fa per qualsiasi altro male,bensì per mantenerlo, può sembrare strano ma è così.

Marisa Masini

 


 

 

Due incontri strani nella mia vita, uno con un leone e uno con un pitone.

Incontro con il quadrupede:

Ho incontrato il leone per strada , era sul marciapiede opposto al mio, procedeva con andatura lenta, quasi compiaciuta….tanto che io non mi sono per niente preoccupata ed ho continuato  il mio percorso in senso inverso al suo,  senza correre né urlare, ora sono convinta che l’animale non si era accorto della mia presenza….
L’indomani dal giornale locale “il corriere eritreo” abbiamo appreso che dal piccolo zoo sistemato nel parco della residenza del governatore in centro città,  approfittando di un momento di distrazione del guardiano, il leone aveva riacquistato la libertà fuggendo: precisiamo che l’animale oltre ad essere  vecchio quanto basta per essere innocuo, era sempre ben pasciuto e forse anche sedato! La libertà è durata poco per la povera bestia che tornò a far parte dello zoo, ma se non altro  inconsapevolmente ha fornito uno spunto a una bambina di soli undici anni per arricchire i ricordi africani, e questo pur privo di forti emozioni, fa parte di un bagaglio di esperienze molto importanti che tutte insieme tramando ai miei figli desiderosi di sapere, scoprire…invidiare?

Negli anni 90 in uno dei miei viaggi del ritorno in quella amata terra, sono tornata a visitare il parco e la residenza dell’ex governatore,  lo zoo non c’è più, aiuole e fiori di ogni specie soppressi per far posto ad un museo di residuati bellici, ricordo della guerra durata trent’anni con  l’Etiopia e vinta dall’Eritrea con ricompensa LA LIBERTA’.
Carri armati, cingolati d’ogni specie, cannoni, armi e bombe disinnescate, ormai in preda alla ruggine, qua e là qualche scudo, non ho visto lance ma le posso immaginare e vedere con l’occhio della fantasia e accompagnarle alla fierezza di chi le maneggiava. Il popolo eritreo si stava risollevando, i tegadallai e le tegadallì (maschi e femmine combattenti nel fronte di liberazione stavano godendo del successo e la popolazione tutta cominciava a godere dei frutti della ripresa economica, ma ahimé  la pace è durata poco, oggi l’Eritrea versa in condizioni di grave disagio e ‘Etiopia non è da meno….. ingenuità da una parte e prevaricazione dei signori della guerra dall’altra  hanno ridotto le due regioni allo stato in cui tutto il mondo vede. Un augurio dal profondo del cuore e un’affettuosa vicinanza alle due popolazioni.

                   

Incontro con il pitone

Torniamo nella piana Dalah: La mattina munita dello zembil (la sporta abissina fatta di paglia intrecciata, leggera e molto resistente) andavo a raccogliere piccoli pezzetti di legna per avviare il fuoco, lungo il tragitto vedo in un angolo un mucchietto di rovi all’apparenza belli secchi mi avvicino e con l’aiuto di un bastone cerco di tirare su il groviglio per appropriarmene farlo a pezzi e la provvista per quel giorno sarebbe stata sufficiente ma con stupore e paura vedo che sotto qualcosa si muove, istintivamente mollo tutto e scappo via con l’intento di chiedere aiuto alla mamma che per sicurezza aveva sempre con sé una piccola pistola(la teneva sempre con la sicura, più che altro fungeva da deterrente….) arrivati sul posto la mamma preferì non alzare il mucchietto i legna guardò e mi assicurò che non c’era niente ma che dovevo tornare indietro e lasciar perdere quella zona.
Io dovevo solo ubbidire ma anche provare a me stessa che non avevo preso un abbaglio; dopo qualche ora sono tornata sul posto armata di coraggio e con un bastone molto lungo ho scoperchiato il mucchietto ed ho visto una ciambella che compiva gli ultimi movimenti molto lentamente, avevo visto sui libri di scienze ciambelle del genere che secondo le spiegazioni erano serpi che  uscivano dal letargo…….
A questo punto si che mi sono messa a correre via urlando a più non posso tanto che alcuni soldati di guardia al casello poco distante sono accorsi e in un batter d’occhio hanno freddato il pitone che stava appena assaporando il risveglio. Di lì a poco un rapace ha prelevato la preda e a penzoloni dal becco se l’è portata via in luogo adatto per ingurgitarla, adempiendo così il dovere per la sopravvivenza. Se gli abissini dell’interno si fossero accorti del fatto sarebbe avvenuta una rappresaglia perché i pitoni della suddetta piana sono sacri e inviolabili, guai a chi viola tradizioni e credenze.

Dopo qualche giorno siamo ritornati ad Asmara dove in agguato altre peregrinazioni ci attendevano. Altrettante avventure si sono aggiunte ai miei ricordi africani,    Altri episodi mi vengono in mente ad esempio il kamsir vento del deserto che porta con sé una polvere rossa impalpabile, appiccicosa che si deposita su qualsiasi oggetto trovi sul suo  soffiare, ad esempio   le facciate degli edifici come le piante dei giardini o le palme che ornano i viali, le auto in sosta  tutto viene coperto da una sottile coltre rossa che rende il panorama surreale e suggestivo. Il fenomeno si è verificato anche nel  nostro meridione in dimensioni più modeste ma ugualmente insolite e  di grande meraviglia.

Marisa Masini