CAPO GUARDAFUI IL CIMITERO DELLE NAVI

di Raffaele Laurenzi

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Un leone acquattato, pronto a ghermire la preda: così appare capo Guardafui - in somalo ras Asir - ai naviganti che da sud-est sono diretti nel golfo di Aden.

La somiglianza non è solo metaforica, perché quello sperone roccioso, punta estrema della Somalia, che si erge 244 metri sul mare, intrappolava davvero nelle sue secche ogni nave che gli capitava a tiro. E ogni volta erano forti mal di testa per i membri del Consiglio dei Lloyd’s di Londra, chiamati a risarcire le navi, il loro carico e le famiglie dei marinai periti nei naufragi.

D’altra parte, il nome Guardafui, «guarda-e-fuggi», che pare sia stato coniato nel XVI secolo, la dice lunga sulla pessima reputazione di cui godeva presso i naviganti quello sperone calcareo che si allunga su un mare ancora poco conosciuto, privo di fari, preceduto e seguito da altre protuberanze della costa, che gli assomigliano maledettamente e inducono i naviganti in tragici equivoci.

Verso la metà dell’800, la Royal Navy avvia una serie di indagini idrografiche nel golfo di Aden allo scopo di disegnare le carte nautiche di quelle coste. Ma le carte si riveleranno pericolosamente imprecise e saranno responsabili di molti incagliamenti.

Ai pericoli di secche, correnti, foschie, venti, e carte nautiche approssimative, si aggiungono quelli della pirateria, principale risorsa economica del sultanato della Migiurtinia, assieme alla pesca delle perle e alla raccolta dell’incenso.

Risultato: le acque intorno a capo Guardafui sono disseminate di scheletri di navi. Arredi, strumenti di bordo, accessori, ottoni, cavi elettrici, e naturalmente il carico, tutto viene asportato per essere venduto sui mercati del luogo o «esportato» nei porti al di qua e al di là del golfo di Aden.

L’elenco delle navi imprigionate nelle secche di capo Guardafui è lungo. In queste pagine ne ricordiamo alcune.