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MARY ANN, 1825


di Raffaele Laurenzi

 

Prima che fosse aperto il canale di Suez (1869), vi furono pochi casi di pirateria in Somalia. Il mar Rosso era un mare chiuso e Aden non era ancora lo scalo obbligato dei piroscafi che, diretti nel Mediterraneo, o da quel mare provenienti, qui facevano scalo per rifornirsi di carbone. Le sirene di capo Guardafui non incantavano i naviganti, perché non c’erano navi nei paraggi, e i sultani migiurtini neppure immaginavano che i bassi fondali di fronte alla loro costa avrebbero assicurato ricche entrate alle casse del sultanato.

Uno dei primi episodi di pirateria in Somalia di cui si ha notizia, forse il primo in assoluto, si verifica nel 1825 a danno del brigantino britannico «Mary Ann». Ma attenzione: quando viene attaccato, il «Mary Ann» non è intrappolato sui bassi fondali di Guardafui e non è stato abbandonato dall’equipaggio: si trova placidamente ancorato nell’affollata rada di Berbera, sulla costa della Somalia che guarda Aden. Capo Guardafui è 400 miglia marine più a est. Ma la notizia di ciò che avviene a Berbera giunge fin là, dove trova seguaci.

Ecco i fatti. Il «Mary Ann», agile veliero in legno, carico di merci provenienti dalle isole Mauritius, entra in febbraio nella rada di Berbera.

La città è in festa. Da novembre a marzo, qui si tiene una grande fiera. Gli indigeni dell’interno scendono in città con carovane di tremila, persino cinquemila cammelli e si accampano sulla spiaggia, dove fanno mercato. Portano avorio, piume di struzzo, caffè, resine, che barattano con schiavi, metalli, tessuti, riso, zucchero provenienti dalla penisola arabica.

Una banda di contadini mette gli occhi sulla nave inglese. Mentre il capitano Lingard e il primo ufficiale sono a terra, i somali si avvicinano silenziosamente al «Mary Ann» a bordo di due imbarcazioni. Il primo indigeno che salta a bordo, un uomo di grossa corporatura, ferisce all’arma bianca il secondo ufficiale e lo scaraventa fuori bordo. Gli altri lo seguono e dànno inizio alla caccia all’uomo bianco. Un marinaio portoghese trova scampo arrampicandosi sulle sartie, alcuni vengono colpiti mentre riposano nelle amache, altri fuggono. Il secondo ufficiale, benché ferito, raggiunge a nuoto certe imbarcazioni di mercanti arabi ormeggiate nelle vicinanze. Chiede aiuto, ma non viene soccorso: fatto che induce a sospettare la complicità degli arabi nell’attacco. Il «Mary Ann», in mano ai pirati, viene trainato verso la spiaggia e arenato. Ha inizio il saccheggio e alla fine non resta neppure lo scafo: perfino il fasciame è prezioso.

Il capitano e il primo ufficiale, che hanno assistito dalla riva alla strage dei loro compagni, si rifugiano in una capanna e qui sono catturati. Tra i somali si accende una disputa: c’è chi li vorrebbe uccidere e chi si oppone, temendo ritorsioni. Alla fine li lasciano andare. Dopo un breve vagabondaggio, i due si impadroniscono di un’imbarcazione, giungono a Mocha, porto sul mar Rosso, dove trovano un passaggio per Bombay, in India.

Il Governatore inglese, ascoltata la loro storia, prende una serie di provvedimenti che riflettono l’orgoglio della grande potenza coloniale colpita a tradimento e allo stesso tempo esprimono prammatismo. Viene inviata una nave da guerra, che recupera i superstiti, rifugiatisi nel vicino sultanato di Zeila, amico della Gran Bretagna, quindi attua la rappresaglia: si presenta davanti a Berbera e apre il fuoco sulle imbarcazioni in rada e sugli accampamenti allestiti sulla spiaggia. Ricevuti a bordo i notabili della città, il capitano della nave detta le condizioni: blocco navale del porto fino al risarcimento di tutti i danni a rate annuali di 6000 sterline. Per ben sei anni, due navi della marina indiana sosteranno di fronte a Berbera.

Gli inglesi sanno essere convincenti: non si verificherano saccheggi di navi britanniche o eccidi di marinai fino al 1855, quando nella Somalia del nord un’altra nave inglese verrà attaccata dai pirati somali. Ancora una volta, il problema verrà risolto con l’invio delle cannoniere e il risarcimento dei danni. Affinché tutti i popoli della Terra imparino a rispettare l’Impero britannico. 

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16/04/2018

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