FIFESHIRE, 9 agosto 1911

di Raffaele Laurenzi

fifeshare

«Il vapore inglese “Fifeshire”, diretto dall’Australia all’Inghilterra, si è incagliato a venti miglia dal capo Guardafui. La nave, investita dalle onde, è stata abbandonata. Il capitano e una parte dell’equipaggio sono stati raccolti a bordo del vapore “Adur” delle Messaggerie Marittime. Mancano due canotti con trenta persone, fra le quali due donne. Il vapore “Dalhousie” e la cannoniera italiana “Volturno” partono per ricercarli»: con questa notizia, che il corrispondente ad Aden del Corriere della Sera invia al giornale il 14 agosto 1911, anche gl’italiani sono informati dell’ennesima tragedia che si sta consumando nelle acque del famigerato capo della Somalia.

Il «Fifeshire» è un piroscafo con scafo in acciaio varato nel 1898 a Newcastle. È lungo 128 metri e largo 16,6, per 5672 tonnellate di stazza: all’epoca, un cargo di dimensioni rispettabili. Come del resto il pescaggio, ben 8,78 metri, quanto di meno indicato per superare le secche che si estendono intorno al promontorio di Guardafui.

Il «Fifeshire» lascia Melbourne alla fine di luglio del 1911, destinazione Londra. Ha un equipaggio di 65 uomini, le stive cariche e pochi passeggeri: tre in prima classe e 33 in terza; a cui si aggiungono ad Adelaide altri quattro passeggeri. Centocinque persone in tutto.

Nel tardo pomeriggio del 9 agosto il piroscafo si trova poco a sud dell’isola di Socotra, che, assieme ad altre tre isole minori, invisibili sugli atlanti scolastici, sembrano messe lì apposta per restringere l’accesso al golfo di Aden e spingere i naviganti sulle secche di Guardafui.

Il mare calmo e un vento molto leggero favoriscono la navigazione del «Fifeshire», che avanza a 12 nodi in un mare senza orizzonte e senza terra per via della foschia, che da queste parti è molto frequente.

Scesa la notte, ogni possibilità di scorgere punti di riferimento si perde nell’oscurità, dato che le coste selvagge e disabitate del Corno d’Africa sono del tutto prive di luminarie.

Alle 10.30, un lungo sinistro rumore metallico fa sussultare la nave e il cuore dei naviganti. La «Fifeshire» si inclina e arresta la sua corsa; i passeggeri perdono l’equilibrio, sbandano, alcuni cadono. Nessuna vittima. Al lungo lamento dell’acciaio deformato dalle rocce, seguono le voci allarmate dei passeggeri. Ma nonostante la paura, a bordo c’è ordine e disciplina.

Alle prime luci, il comandante valuta la posizione della nave: 20 miglia a sud est di capo Guardafui. Parliamo di miglia marine che, se le rilevazioni del comandante sono corrette, corrispondono a circa 37 km: acque sicure, in base alle carte nautiche dell’epoca. Invece lì sotto ci sono appena quattro braccia d’acqua, 7,2 metri, pochi per la chiglia del «Fifeshire», profonda quasi 9 metri a pieno carico.

Considerata l’impossibilità di liberare la nave, mezzo affondata, da quella incresciosa situazione, il comandante manda a terra una lancia: a bordo, il primo ufficiale e cinque marinai, con l’incarico di dare l’allarme e cercare assistenza. La scialuppa non raggiungerà terra, né tornerà alla nave: verrà rapita da una tempesta che la trascinerà alla deriva per cinque giorni, fino a quando i naufraghi, allo stremo, non verranno salvati dal piroscafo inglese «Ardandearg». Dal momento che si sono allontanati dalla «Fifeshire», i sei hanno percorso ben 250 miglia.

Persa ogni speranza di rivedere i suoi uomini, e nel timore che la «Fifeshire», martellata dalle onde che montano sotto la spinta dei monsoni, scivoli in acque più profonde, il comandante decide di abbandonare la nave. Vengono messe in acqua tre lance equipaggiate di acqua e viveri per dieci giorni. Ogni lancia, lunga circa sette metri, ha in dotazione sei remi e l’attrezzatura per issare una vela a tarchia, fiocco e controfiocco.

Passeggeri ed equipaggio prendono posto sulle lance in modo che su ognuna siano presenti marinai e ufficiali di coperta in grado di assicurarne il governo. Verso mezzogiorno le lance, con a bordo 99 persone, prendono il largo, direzione Aden.

Gli equipaggi mantengono, finché possibile, il contatto visivo. Al mattino, le lance sono disperse, ognuna al suo destino. La più fortunata viene avvistata all’alba dal mercantile francese «Adour». Alcune ore più tardi, viene recuperata una seconda scialuppa, quella del comandante.

Le ricerche continuano con la partecipazione della cannoniera italiana «Volturno» e del piroscafo «Dalhousie» della Royal Indian Marine, ma invano: la terza e quarta lancia, con dieci passeggeri e quattordici uomini dell’equipaggio, non verrà mai trovata.

Alcune considerazioni. La prima è che, nel caso del «Fifeshire», ai pirati migiurtini andò male: la nave era incagliata piuttosto lontano dalla costa e con la stive piene di acqua: del suo carico, rimaneva poco da depredare.

Seconda considerazione: la «Fifeshire» era assicurata per 250.000 sterline: una bella mazzata per i Lloyds di Londra...

La terza riguarda la superstizione dei marinai in attesa d’imbarco sui docklands di Londra, che parlarono di «maledizione del Fifeshire» dopo che seppero della brutta fine fatta da entrambe le navi intervenute in soccorso dei naufraghi. Il piroscafo inglese «Ardandearg», che raccolse i marinai del «Fifeshire» inviati ad Aden a dare l’allarme, fu silurato da un U-boat tedesco il 14 marzo 1918; il mercantile francese «Adour» si spezzò in due tronconi sulla barriera corallina dell’isola di Reunion il il 4 marzo 1913.

 

 

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