NORMAN ISLES, 3 luglio 1908

di Raffaele Laurenzi

«Aden, 4 luglio 1908. Il governo italiano riconosce la necessità di prendere misure immediate in Somalia in seguito al saccheggio di una nave naufragata sulla costa commesso dagli indigeni. La cannoniera “Marcantonio Colonna” ha ricevuto l'ordine di recarsi presso Capo Guardafui per proteggere le operazioni di salvataggio e recupero del carico e punire i colpevoli.»: così scrive il «New York Herald», edizione europea (viene stampata a Parigi) dell’autorevole quotidiano statunitense.

La nave «naufragata», in realtà «incagliata», è la «Norman Isles», un mercantile varato nel giugno del 1896 a Sunderlan, costa nord-orientale dell’Inghilterra, per un armatore norvegese. È lunga 102 metri e larga 13,5, ha un pescaggio di 7,5 metri; sta trasportando in Europa un carico di 5000 tonnellate di riso.

Il comandante è esperto dei luoghi, ha attraversato spesso il golfo di Aden e il mar Rosso. Ma stavolta prende un abbaglio, forse tradito da una leggera foschia, che rende la costa confusa e piatta, togliendo all’osservatore la percezione della profondità. Egli crede di riconoscere, nello «skyline» della costa, ras Alula; invece si tratta di ras Boleh: un abbaglio fatale per la «Norman Isles», che finisce dritta sulle secche di ras Alula. Il fondale sabbioso ammorbidisce l’impatto, ma la nave è immobilizzata.

Il comandante chiede di verificare i danni. Non si sono aperte falle, la nave sarebbe in grado di riprendere la navigazione, ma per disincagliarla si dovrebbe alleggerirla gettando a mare il carico: una soluzione costosissima, a cui il comandante non vuole ricorrere: a parte il danno, non è detto che basti a liberare la chiglia dalla morsa della sabbia. Decide d’inviare una lancia ad Aden, dove hanno base imprese attrezzate per le operazioni di soccorso in mare. I marinai stanno già preparando la lancia, quando vengono fermati dal contrordine del comandante. Motivo: una nave di passaggio ha risposto ai segnali lanciati dal «Norman Isles» e si appresta a prendere a bordo l'intero equipaggio. Nessun marinaio rimane a guardia della nave incagliata, sarebbe troppo rischioso: i predatori, sui loro sambuchi, sono pronti a balzare sulla nave, che dio misericordioso ha voluto donare alle tribù migiurtine.

Sbarcato ad Aden, il comandante si reca al consolato italiano: chiede la protezione della Regia Marina per la nave e il suo carico. Nello stesso tempo, il secondo ufficiale chiede l’intervento della Perim Coal Company, società specializzata in salvataggi e recuperi in mare, che invia sul luogo dell’arenamento due potenti rimorchiatori, lo «Sheik Barghum» e il «Meyoum».

La notte del 30 giugno, il console italiano Gino Arnaldo Macchioro-Vivalba telegrafa al Governo dell’Eritrea (la Regia Marina ha da tempo una base a Massaua), chiedendo che una nave da guerra venga inviata a protezione del «Norman Isles» e degli uomini impegnati nel suo recupero.

In poche ore il «Marcantonio Colonna», nave «avviso» (specie di brigantino), al comando del capitano di corvetta Edoardo Salazar, prende il mare e, macchine a tutta forza, la mattina del 4 luglio entra nel porto di Aden. Macchioro-Vivalba si consulta con Salazar e gli affida una lettera per Osman Mahamud, sultano dei Migiurtini. Nella lettera il console, che parla a nome del governo italiano, ricorda al sultano i patti che lo legano all’Italia e lo invita a prestare assistenza all’opera di disincaglio del «Norman Isles».

Il «Marcantonio Colonna» riprende il mare la mattina stessa. Alle ore 6 del 6 luglio getta le ancore a poche centinaia di metri dal «Norman Isles», senza timore di restare a sua volta incagliato, dato il suo pescaggi di appena tre metri e mezzo.

I rimorchiatori della Perim Coal Company sono già sul posto; il loro comandante sale a bordo del «Colonna» e riferisce al capitano Salazar la situazione: la «Norman Isles» è stato parzialmente saccheggiata; delle 5000 tonnellate di riso, ne sono state asportate 2200, che ora sono accatastate sulla spiaggia, per un tratto di un paio di chilometri, assieme ad altri oggetti rubati dalla nave, ogni catasta è stata coperta con una delle vele sottratte alla nave. Alcuni informatori riferiscono che le «operazioni di saccheggio» sono guidate da una donna anziana, che risulta essere una delle molte mogli del sultano Osman Mahmud.

Salazar punta il suo binocolo. Molti uomini sono all'opera, alcuni trascinano pesanti sacchi; tre sambuchi sono accostati alla «Norman Isles», altri si avvicinano, segno che il saccheggio è in pieno svolgimento. Osserva che, a giudicare dall’assetto della nave, l’alleggerimento del carico è quanto mai opportuno: se non lo facessero i Migiurtini, toccherebbe farlo agli equipaggi dei rimorchiatori. Tuttavia è prioritario ristabilire l’ordine: convoca a bordo i notabili di Alula e intima loro di far cessare immediatamente il saccheggio, di lasciar lavorare i rimorchiatori e di sospendere il trasporto della merce rubata, che si svolge via terra a dorso di cammello e via mare a bordo dei sambuchi, che fanno la spola con Bereda, residenza estiva del sultano Osman Mahamud.

Per essere più convincente, Salazar informa i notabili somali che invierà una guardia armata a bordo del «Norman Isles»: da quel momento, ogni sambuco che lascerà ras Alula dovrà recarsi sottobordo del «Colonna» per consentire ai marinai italiani di verificare il carico. In caso contrario, avrebbe ordinato due colpi a salve in segno di avvertimento e successivamente a palla.

Salazar invia un ufficiale e venti uomini, dieci «nazionali» e dieci ascari, a prendere possesso del «Norman». I militari alzano la bandiera norvegese sull’albero di maestra e la bandiera italiana sul trinchetto, in segno di protezione. Con loro sale a bordo il direttore di macchina Izzo, col compito di verificare i danni e capire se il «Norman Isles» è in condizione di riprendere il mare. Due ore più tardi, Izzo fa rapporto: sono stati asportati i manometri, le relative tubazioni, i rubinetti, le valvole e numerose altre parti delle macchine: di poco valore, ma vitali. Altri componenti, benché di valore, non sono stati toccati. Evidente lo scopo: immobilizzare la nave quanto serve per completare il saccheggio.

Izzo osserva che la scelta delle parti manomesse e le modalità con cui è stato eseguito lo smontaggio indicano competenza in materia di macchine a vapore, fatto di cui nessuno si meraviglia, essendo noto che, in questi mari, a bordo delle navi mercantili vengono spesso ingaggiati fuochisti somali.

Izzo non ha ancora terminato di leggere la sua relazione, quando un marinaio di vedetta segnala che un sambuco si sta allontanando verso Alula, bordeggiando lungo la costa per sottrarsi al controllo del «Colonna». Salazar ordina due colpi a salve in direzione del sambuco, che ignora il segnale. Per tutta risposta, parte da terra una scarica di fucileria contro i marinai italiani che hanno preso possesso del «Norman Isles». Marinai e ascari rispondono con i loro «91»: una sparatoria breve, senza feriti: il comandante Salazar ordina immediatamente di cessare il fuoco e di trasferire a bordo del «Colonna» i sessanta manovali indiani venuti da Aden con i rimorchiatori e saliti a bordo del «Norman Isles» per avviare le operazioni di recupero. Ordina infine ai due rimorchiatori inglesi di togliersi dal campo di tiro del «Colonna», che si prepara a fare fuoco.

In quel momento, sulla capanna che la vecchia moglie del sultano ha eretto sulla spiaggia spunta una bandiera bianca: i pirati chiedono di parlamentare. Salgono a bordo del «Colonna» quattro capi somali. Sostengono che l’incidente è nato da un equivoco e che non avrebbero più intralciato il lavoro di disincaglio. Salazar chiede garanzie, vuole che il giorno seguente i quattro parlamentari somali conducano a bordo del «Colonna» il figlio del sultano Osman Mahamud «a confermare il patto». Praticamente in ostaggio.

Il patto regge: per due giorni le opere di disincaglio continuarono in in assoluta tranquillità. Ma l’8 luglio l’attenzione delle vedette del «Colonna» viene attirata da due sambuchi, i quali, sotto i loro occhi, caricano sacchi di riso e fanno vela alla volta di Benda. Il «Colonna» li insegue e alle ore 5 del giorno 9 li raggiunge all’altezza di ras Boleh. Viene intimato agli equipaggi di fermare i sambuchi. Senza risultato. Salazar ordina di aprire il fuoco con i cinque pezzi da 75 mm. Partono 18 colpi che mandano a picco uno dei sambuchi; l’altro, inseguito e colpito da una lancia armata, è in fiamme.

Bilancio, due migiurtini morti, tre prigionieri. Due di questi, un vecchio e un malato, vengono subito rilasciati. Il terzo, uno schiavo originario del lago Nyassa, chiede di essere trattenuto a bordo, e viene accontentato: svolgerà piccoli lavori in cucina o in sala macchine. Finalmente le opere di disincaglio possono procedere indisturbate.

L’azione del capitano Salazar si è conclusa con successo, ma il figlio del sultano Osman non ha digerito il rospo: invia a Salazar una lettera in cui reclama l’indennizzo dei sambuchi distrutti, del carico perduto e del sangue versato. In caso contrario, si sarebbe interrotto il rapporto di amicizia e collaborazione con gli italiani.

Risposta di Salazar: primo, gli equipaggi dei sambuchi non hanno rispettato i patti; secondo, hanno ignorato gli avvertimenti. Perciò se la sono andata a cercare. Terzo, avverte che ogni atto di ostilità contro stranieri o contro piroscafi sarebbe stato punito.

Il «messaggio» del comandante del «Colonna» stavolta viene ascoltato. I sambuchi migiurtini ancorati presso il «Norman Isles», mettono a terra il riso già caricato, si sottopongono alla verifica del carico e si allontanano. In quanto al riso predato prima dell'arrivo del «Colonna», deve considerarsi definitivamente perduto.

Il 13 luglio il console Macchioro, approfittando di un vapore diretto ad Alula per rifornire di viveri il «Marcantonio Colonna», si reca sul luogo dell’arenamento.

E qui si verificano due situazioni paradossali, se confrontate con quanto accaduto nei giorni precedenti. Il comandante dei rimorchiatori chiede a Macchioro di mandargli «almeno tre sambuchi» per alleggerire il carico del «Norman», che finora, con tutti i loro sforzi, non è stato spostato di un metro. Gli chiede, in altre parole, la collaborazione dei pirati migiurtini.

Il console riunisce ad Alula i notabili migiurtini e, dopo tre ore di trattativa sul prezzo, ottiene che inviino quattro sambuchi sotto il bordo del piroscafo incagliato. In seguito, i notabili di Alula, di propria iniziativa, ne inviano altri a caricare il riso, finché il «Normas Isles», notevolmente alleggerito, non viene liberato da quella morsa con un ultimo, decisivo «strappo» dei rimorchiatori.

Il secondo paradosso riguarda le derrate alimentari che un ufficiale del «Marcantonio Colonna», sbarcato ad Alula assieme al console Macchioro, acquista per rifornire la cambusa della cannoniera italiana. Tra le varie derrate, vi sono pure i sacchi di riso depredati dalle stive del «Norman Isles»: riso di ottima qualità, che i 90 uomini d’equipaggio del «Marcantonio Colonna» avranno modo di gustare durante la crociera che li riporterà alla base di Massaua.

 

 

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